Politica vs. cittadinanza

di Francesco Pipitone

Un paio di giorni fa ho avuto modo di effettuare una chiacchierata molto istruttiva con uno dei responsabili di Intermetro SpA. Questa società è quella che si è occupata materialmente della progettazione e della costruzione del prolungamento della Metro A da Ottaviano fino a Battistini. Inoltre, è la società che ha rifatto la fermata di Manzoni (senza che all’inaugurazione Veltroni li degnasse di alcuna menzione). Chi ha avuto la fortuna di scendere ed osservare quelle stazioni non avrà potuto non apprezzarne la fattura e la qualità. Ancora di più, non avrà potuto non fare caso al totale distacco tra queste e quelle stazioni più a sud tipo Vittorio Emanuele, S.Giovanni, Re di Roma, Ponte Lungo ecc. Ebbene, quelle sono state oggetto di ammodernamento qualche anno fa (in gergo denominati lavori AMLA 2), e chi ha la sfortuna di frequentarle in giorni di pioggia è meglio che si porti ombrello aperto, surf e scialuppa di salvataggio.
Ora, questo responsabile mi ha detto che l’appalto di progettazione della Metro C e della B1 è stato affidato a Roma Metropolitane e non a loro. Roma Metropolitane è quella che ha realizzato l’ammodernamento AMLA 2 delle stazioni sopra menzionate. Lui era molto scettico sull’esito di questi lavori, sottolineando il fatto che al sindaco Veltroni, neosegretario del PD, non frega un beneamato cazzo che i lavori vengano effettuati con criterio e ragionevolezza. Lui nel 2011 deve avere delle metropolitane da consegnare sul piatto delle elezioni a fine mandato, un bel maialino con la mela in bocca da dare in pasto all’elettorato.
Perché parlo di questo argomento? Innanzitutto voglio mettere in guardia dall’attività di un politico che d’ora in poi sarà molto più operativo a livello nazionale che locale. Ossia, voglio sottolineare il fatto che è molto probabile che l’attenzione di Veltroni nei confronti dei problemi romani scemi. Dunque mi piacerebbe molto che, ora che è stato incoronato segretario del PD, si dimettesse dalla carica di sindaco. La riterrei una mossa corretta. Ma il rovescio della medaglia è alquanto oscuro: il comune rischierebbe il commissariamento per i prossimi anni, e i risultati di questa operazione sono del tutto ignoti. Non infrequentemente infatti, nel passato queste situazioni sono state utilizzate per bloccare opere in corso o “mangiare” alle spalle dei contribuenti.
In secondo luogo vorrei far riflettere su una posizione che ho assunto nel corso degli ultimi due-tre anni, specie alla luce dell’operato qualitativamente scarso del governo Prodi. Sono giunto alla conclusione che è tutto tranne qualunquismo affermare che i politici sono uguali, a qualsiasi schieramento appartengano. La moralità non sta a sinistra più che a destra. Ragionano allo stesso modo, si preoccupano solo di mantenere/incrementare i rispettivi serbatoi elettorali e a tal fine non esitano a livello locale ad affidarsi a personaggi di infima caratura morale. E tutto ciò perché il modo di fare politica non è minimamente cambiato da 150 anni a questa parte: clientelismo nell’elargire favori e trattative con singoli esponenti politici sono cose che si vedevano già ai tempi di Depretis.
Questa sciatteria morale che neanche Tangentopoli, nonostante tutto, ha minimamente intaccato porta i politici a guardare sempre, solo e comunque al proprio tornaconto elettorale. Gli interessi dei politici e quelli della collettività non possono che confliggere in questa situazione. E così i cittadini di Roma rischiano di trovarsi in un futuro piuttosto prossimo una linea C che, pur con pochi anni di vita, potrebbe già cadere a pezzi e dover essere rifatta di sana pianta.

In difesa di Roberto Donadoni

di Marcellofodinome

L’Italia è in lotta con Francia e Scozia per qualificarsi ai Campionati Europei di calcio che si terranno in Austria e Svizzera nel 2008. Senza entrare nei dettagli, alla Nazionale è sufficiente vincere la sfida del 17 novembre prossimo in casa degli scozzesi per essere sicura di partecipare tra un anno alla fase finale. Possibile, ma per nulla scontato. Se invece non vince è fuori, a meno di improbabili inciampi delle due rivali dirette. Il C.T. Roberto Donadoni è subissato di critiche. Molto fresco il ricordo dell’Italia di Lippi Campione del Mondo, è passato poco più di un anno: un tempo molto breve nella vita di un uomo, un tempo molto lungo e significativo per il mondo del calcio, che muore e rinasce ogni domenica.

Sembra davvero impensabile che la Nazionale più forte del mondo possa essere esclusa dalle migliori sedici d’Europa. Sembra quasi doveroso indignarsi per questo stato d’incertezza che da una parte ci lascia paventare l’anonimato del calcio e dall’altra ci tiene aggrappati all’orgoglio di appartenere alla sua aristocrazia per diritto divino. Ma no, vedrai che alla fine ci qualifichiamo, in un modo o nell’altro ci qualifichiamo. Siamo l’Italia, siamo i Campioni del Mondo, popopopopopopo… etc. Donadoni sbaglia, Donadoni è già colpevole di aver messo in dubbio queste nostre certezze, rivogliamo Lippi, nonostante tutto, nonostante tutto quello che gli abbiamo detto e perdonato. Già, Donadoni, è di lui che voglio parlare, ma non subito, non c’è fretta. Vorrei cominciare col dire che se l’Italia non va agli Europei non è un dramma. E’ già successo in passato e anche a squadre vincenti come questa (vedi ’84, ’92). Se una volta nella vita la Scozia o la Bulgaria o il Lussemburgo sono più forti di noi non c’è nulla di male. Anzi: è più bello, è persino più giusto. Spesso ci lamentiamo che nel campionato italiano c’è poca competizione e che vincono sempre le stesse squadre, ricordiamocene adesso che una delle grandi squadre che vincono sempre siamo noi. E poi il calcio offre continue rivincite, persa una partita si può vincere quella dopo, perso un campionato si può vincere quello dopo, e se non succede mai di vincere, pazienza, è stato bello illudersi di poterlo fare.

Arriviamo a Donadoni, finalmente. L’Italia di Donadoni non è l’Italia di Lippi (e grazie!). Donadoni non si è cullato sulla squadra che ha vinto, non ha proseguito il lavoro lasciato da Lippi, ha cercato una mediazione tra l’urgenza di darle un’impronta propria e la necessità di rispettare i tempi fisiologici dell’evoluzione di un gruppo, di un movimento calcistico. Si dice: Donadoni non ha esperienza come allenatore. Verissimo. Lippi è uno degli italiani più vincenti invece. Altrettanto vero. Il primo ha allenato il Livorno e poco più, il secondo ha fatto prima la cosiddetta gavetta tra C e medio-piccole di A e poi ha vinto tutto con la Juventus e la Nazionale (tralasciando la “parentesi” con l’Inter). Qui il paragone non tiene, mi rendo conto. Donadoni però è stato un grande calciatore, a mio parere una delle più grandi ali destre che abbiamo mai avuto. Da giocatore ha vinto tantissimo con il Milan di Sacchi e per tanti anni è stato una colonna silenziosa della Nazionale. Lippi, che ha sedici anni in più del collega, è stato un buon giocatore, un libero, insomma un giocatore normale. Il primo ha convissuto giorno per giorno con l’ultima grande rivoluzione copernicana nel modo di intendere il gioco del calcio. Ha incontrato Sacchi sulla sua strada, quando Arrigo ancora non era nessuno ed era guardato con diffidenza. Giorno dopo giorno, sudore dopo sudore, vittoria dopo vittoria, pian piano si convinceva sempre più della logicità delle strambe idee di Sacchi, sperimentandole sulla propria pelle. Questo, a mio giudizio, è il momento di svolta nella vita calcistica di Donadoni. Con Sacchi, i suoi metodi di allenamento, la sua tattica, la sua filosofia, il calcio cambia direzione. Cambia non perché Sacchi sia l’unico genio del calcio e l’unico allenatore innovativo della fine degli anni ‘80, cambia perché il Milan allenato da Sacchi trionfa su tutti i campi del mondo. Tutti gli allenatori, da quel momento in poi, dovranno confrontarsi, nella maggior parte dei casi abbracciandola, con la sua rivoluzione. Sacchi è il punto di partenza dell’idea di allenatore che è in Donadoni. Dico io: si può avere di meglio? Lippi invece matura come allenatore in tutt’altro contesto: cresce nella scuola del calcio all’italiana, si confronta con le novità e si aggiorna, ma non ha avuto grandi maestri, non ha grande “cultura” calcistica. Però ha vinto. Ha dimostrato di sapercela fare.

Sulla grandezza del Donadoni allenatore possiamo fare solo delle previsioni, perché ancora abbiamo pochi elementi (allena da pochi anni) per farcene un’idea precisa. Allora perché un anno fa la FIGC ha scelto lui? Che meriti ha, ci si potrebbe chiedere. Parlare di merito nel calcio non ha senso: qualcuno quando Lippi fu assunto per la prima volta alla Juve pensava che potesse ottenere i risultati che poi ha ottenuto? Stesso discorso potrei fare per Sacchi e Capello al Milan. E perché Lippi, dopo aver fatto vincere per tanti anni la Juve (che annaspava da una decina), ha fallito con l’Inter? E’ bravo o non è bravo? E se sì, perché una volta è bravo e un’altra no? Ammetto di non aver visto tutte le partite dell’Italia di Donadoni, ma anch’io mi sono fatto un’idea su questa Nazionale. Idealmente preferisco l’Italia di Donadoni all’Italia di Lippi. Donadoni è calmo, razionale, umile, non si sbilancia mai per non rovinare gli equilibri della propria squadra. E’ molto preparato tatticamente e culturalmente (vedi Sacchi). Manca di personalità o forse dimostra di non averne, soffre eccessivamente le critiche. Le ascolta, anche quelle campate in aria, le ascolta, ma non perché è convinto siano giuste, le ascolta per buona educazione, e poi, hai visto mai… io non ci credo, però… hai visto mai che sbaglio io e hanno ragione loro? Non ha la forza e la violenza per imporre le proprie idee, preferisce insinuarle lentamente e inesorabilmente. Donadoni è un esponente del riformismo calcistico, non è certamente un rivoluzionario. Forse è proprio il non essere un “figlio di puttana” che lo squalifica come allenatore, il suo non ribellarsi alle accuse ridicole, il suo tollerare le anomalie residue del passato. Le sue scelte sono sempre graduali, per parlare un po’ più concretamente credo che la sua Nazionale sia ancora molto lontana dal suo ideale. Semplicemente lui rispetta i tempi (di chi non lo capisce), preferisce cambiare le gerarchie non rovesciandole con un unico colpo deciso ma pian piano.

Lippi invece ha tutt’altro approccio: aggredisce la partita, impone la sua forza, va allo scontro frontale. Ha grande coraggio, non ha paura di sbagliare, non ha paura di stravolgere la trama logica di una squadra. Ha fretta, vuole vincere e subito, non importa come. Spesso ha vinto, sorprendendo gli avversari e costringendoli a terra. Le vittorie convincono sempre i giocatori che stanno facendo la cosa giusta. Vittoria porta vittoria e il palmares di Lippi ne è testimone. Quando però ha perso (a tutti prima o poi capita di perdere) si è trovato lui spiazzato e sorpreso, disarmato, in grande difficoltà nello scoprire, guardando le vittorie alle spalle, non una strada diritta e continua ma tanti piccoli viottoli sconnessi tra loro con la paura insopportabile di non sapervi trovare un motivo e una soluzione. In sostanza: meglio Lippi di Donadoni? Opinioni. Io mi sento più vicino a Donadoni, Lippi non mi è mai piaciuto, ma per altri e inconfessabili pregiudizi.

In difesa di Alberto Stasi

di Francesco Pipitone

Francamente non mi interessa un fico secco di come andrà a finire la storia di Garlasco, né se Alberto Stasi sia effettivamente innocente o meno. Non posso non essere schifato però dall’ennesimo linciaggio a danni di sospettati/indagati/inquisiti ancora in attesa di processo di cui si è resa protagonista la categoria corporativa dei giornalisti.
Il precedente illustre (sia per esposizione mediatica che per squallore giornalistico) è stato ovviamente Cogne e la Franzoni, Tommaso e la sua famiglia in quel piccolo paesino del Parmense di cui mi sfugge il nome, insieme a qualcun altro che attualmente non rimembro. Anche in questo caso la vita privata dei protagonisti è stata spolpata, sezionata e data in pasto al cane affamato, ovviamente in barba a qualsiasi decenza etica e alle regole del segreto istruttorio. Anche in questo caso il mostro è stato sbattuto in prima pagina, e la notizia (si badi bene, in attesa ancora che i controlli vengano ultimati) che accertamenti preliminari del RIS su macchie di sangue sulla bici dello Stasi siano stati attribuiti alla vittima ha portato ad un risultato che mi ha fatto venire il voltastomaco. Sì, perché qualcuno si è sentito in diritto non solo di attendere che Stasi uscisse dalla questura dopo il suo ultimo interrogatorio ma anche di urlargli di essere un assassino una volta condotto fuori!!!
Non so se essere più schifato dai giornalisti o dal pubblico guardone (tanto quanto i giornalisti, sia chiaro) che non attende altro che di godere e cibarsi delle disgrazie e degli affari altrui per continuare a campare. La stessa gente, ovviamente, che magari non batte ciglio alla notizia (ammesso che la legga) che il Parlamento aumenta le proprie spese di bilancio oltre l’indice annuo di inflazione. Ma il popolo è pecorone e, volente o nolente, è messo al muro dalla attività giornalistica. Dunque è questa, insieme ai suoi artefici, che è da condannare.
Perché ormai si può dire senza alcuna remora che è la maggioranza della categoria (ad ogni livello redazionale) ad aver perso qualsiasi regola guida di carattere etico nello svolgere il proprio lavoro. Il pubblico viene identificato nei suoi gusti e si sfornano prodotti che possano soddisfarlo, anche se ad essere satolli sono i suoi istinti più bassi e primitivi, mentre una massa di persone che aspetta invano che si faccia vero giornalismo d’inchiesta sulle cose che realmente non vanno in questo pessimo Paese deve sperare nella durata più lunga possibile di programmi come Report e rifugiarsi nelle domande del bravissimo quanto isolato Riccardo Iacona. A ciò si aggiunga che la selezione dei giornalisti avviene per cooptazione piuttosto che per i reali meriti e qualità degli stessi e che in questa maniera vi è una massa di persone che non ha alcuna speranza di accedere alla professione se non con contratti di sfruttamento e umilianti a livello retributivo.
Cari giornalisti mediocri, se Grillo lo ha riservato alla classe politica io dedico a voi con tutto il cuore il mio più sentito VAFFANCULO.

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Capitalismo all’italiana: a chi dobbiamo dire grazie?

di Francesco Pipitone

Se indubbiamente il ventesimo secolo ha segnato il fallimento del modello economico socialista è altrettanto vero che esso abbia fatto venire al pettine i tantissimi nodi del modello capitalistico di organizzazione dell’economia. Nelle economie contemporanee, infatti, la pluralità competitiva nell’offerta di beni e servizi è una condizione difficile da mantenere: ci sarà sempre qualcuno che riuscirà meglio degli altri, e questi ultimi, se non riescono a migliorarsi in fretta, finiranno per essere espulsi dal mercato oppure “mangiati” dal vincitore. Ergo la pluralità competitiva finisce prima o poi per venire meno, ma non finisce qui. Il numero di soggetti impegnati nell’offerta di beni e servizi può ridursi anche in assenza di una vittoria sul campo di una impresa sulle altre per semplici considerazioni strategiche (nicchie di mercato da conquistare, aree geografiche da penetrare ecc.).
Senza voler sviscerare il tema delle possibili motivazioni che possono indurre delle imprese a fondersi, basti solo notare che questa possibilità è uno dei fatti più evidenti che da circa dieci anni caratterizza la vita delle imprese di tutto il mondo (le cosiddette M&A, ossia Mergers and Acquisitions). Dal canto suo, il controverso processo di globalizzazione dell’economia, se da una parte ha dato una forte spinta ai processi di fusione industriale a livello transnazionale, ha anche permesso di aprire i mercati nazionali a produttori stranieri e di dare alla competizione una connotazione mondiale, bilanciando in parte la comunque reale riduzione di imprese concorrenti nei vari settori dell’economia.
Tuttavia, ciò non si è verificato nelle economie “deboli” (ossia economie arretrate in sé o in quanto dipendenti dall’estero per la propria sopravvivenza) o laddove l’autorità governativa si sia presentata come debole, corruttibile o semplicemente indifferente: queste economie possono facilmente divenire terreni di monopoli costruiti da imprese aggressive. Infatti, la riduzione della concorrenza risulta potentemente favorita dalla tanto decantata (dai liberisti più accesi e miopi) deregulation. Dunque, l’assenza di una regolamentazione della concorrenza e/o di organismi indipendenti che veglino sull’effettività di una situazione concorrenziale in un dato segmento di mercato è un fattore che può dar luogo a situazioni di “capitalismo selvaggio”.
Veniamo dunque al caso italiano. Grosso modo si può dire che in Italia circa 8-9 imprese su 10 siano imprese “piccole”, ossia con meno di dieci dipendenti. Inoltre, nel 2006 risultavano iscritte nei registri delle Camere di Commercio un totale di 7.135.593 imprese (+73.333 unità rispetto al 2005)…in media circa un’impresa ogni 8-9 abitanti!!! Sarebbe semplice dedurre da ciò una concorrenza “perfetta” in generale ed in ogni settore economico, in realtà le cose stanno ben diversamente se si guarda ai settori (statisticamente individuati) di cui si compone l’attività economica e alla loro incidenza sulla realtà economica di ogni individuo: servizi pubblici, sanità e servizi sociali, intermediazione monetaria e finanziaria, trasporti e comunicazioni, istruzione, alberghi e ristoranti, commercio, costruzioni, energia, attività manifatturiere…..ben poche persone possono onestamente pensare di trovarsi di fronte ad una reale offerta diversificata in ognuno di questi settori! Spesso, infatti, ci troviamo in settori di chiaro monopolio privato (“naturale” direbbe la teoria economica), di monopolio pubblico, di imprese tra loro integrate verticalmente (si pensi a produttori di componenti per prodotti complessi ed assemblati come, per esempio, le automobili) o di oligopolio (dominio di poche imprese offerenti).
E’ questo, tra gli altri, il caso eclatante del sistema bancario, dove gli ormai due maggiori competitori Intesa-SanPaolo e Unicredit Group si…possiedono a vicenda!! E’ infatti poco noto ai più la catena di intrecci tra i due colossi: attualmente Unicredit possiede circa il 18% del capitale sociale di Mediobanca, altro colosso del settore; Mediobanca e Unicredit possiedono rispettivamente circa il 14 ed il 6.5% di Generali, colosso pressoché monopolista del settore assicurativo; Generali possiede il 5% di Intesa-SanPaolo. Tutto chiaro?
Tutto ciò è sostanzialmente reso possibile dalla legislazione italiana, che se non possiede minimamente i caratteri della deregolamentazione, anzi, è invece chiaramente pregna di interessi particolari, lassismo ed incompetenza. Ma come si fa a chiamare economia di mercato un sistema di organizzazione e regolazione dell’attività economica che permetta questi giochi di potere? Perché quei comportamenti che di tanto in tanto assurgono agli onori delle cronache con riguardo a questa o quella impresa sono in realtà generalizzati, e l’intera responsabilità ricade sulla classe politica italiana che nell’intera storia repubblicana ha costruito le proprie fortune grazie agli agganci più o meno leciti con il potere economico, e che perciò non ha il coraggio, la forza e la credibilità per poter portare avanti un’azione normativa compiuta. Come detto in precedenza, il fallimento dell’economia di mercato in uno stato si nutre della debolezza della classe politica locale. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!

L’ipocrisia della politica sulla pelle dei carcerati

di Francesco Pipitone

Probabilmente per la solita incapacità della classe politica di essere chiara e sincera con il proprio elettorato, l’ultimo atto dello spettacolo dal titolo “Il problema delle carceri italiane” andato in scena dentro e fuori il Parlamento italiano qualche mese fa è stato veramente poco edificante. Parlo chiaramente dell’atto di indulto varato dal Parlamento il 31 luglio 2006.
Innanzitutto, non si è ancora ben compresa la ragione retrostante la decisione. Atto di pietà che rimanda ad un’implorazione in tal senso fatta dal fu Papa Giovanni Paolo II proprio in occasione di una visita formale al nostro Parlamento? O rimedio al problema del sovraffollamento delle carceri italiane? Senz’altro la ragionevolezza di entrambe le interpretazioni, accostabili grosso modo a parti politiche di area cattolica (la prima) o laica (la seconda), è fortemente contestabile.
Per quanto riguarda la prima motivazione, è ridicolo pensare che un atto di pietà e di misericordia verso chi abbia sbagliato non possa che tradursi in un documento così ridicolo nel contenuto come quello partorito dal Parlamento. Infatti, la legge 241 del 31 luglio 2006 prevede espressamente che l’indulto venga concesso “per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive”, con una serie di esclusioni per reati di natura terroristica, mafiosa, finanziaria ed a sfondo sessuale. Ora, se l’obiettivo del provvedimento fosse stato veramente quello di dare una seconda opportunità a chi avesse sbagliato andando contro le regole di convivenza della collettività, e dunque ponendosi al di fuori della stessa, esso avrebbe dovuto invece abbracciare una categoria molto più ampia di “peccatori”, di “pecorelle smarrite”, a partire proprio da chi avesse compiuto gravi atti contro la persona di natura eccezionale. Così non è stato, visto che si è invece voluto privilegiare coloro che tendono a delinquere reiteratamente, logica che appare chiaramente dall’ultima previsione della suddetta legge, secondo la quale “il beneficio dell’indulto e’ revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni”. Per tutte queste ragioni il provvedimento di indulto non è riconducibile alla necessità di rispondere ad un’esigenza tipicamente “cristiana”.
La seconda è da considerarsi invece la reale ratio retrostante il provvedimento, e gli argomenti a sostegno sono molteplici. Innanzitutto, nessun politico si è mai sognato di contestare il contenuto della intensa campagna portata avanti da tutti i mezzi di informazione durante i mesi di discussione del provvedimento, mesi durante i quali sembrava che non esistesse altro problema in Italia che l’adeguatezza delle patrie galere. In tale maniera si è legittimato che l’opinione pubblica percepisse che il provvedimento fosse motivato dalla necessità di “fare spazio” all’interno delle carceri. Esemplare in proposito di ambiguità è il contenuto di un’intervista del Sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, rilasciata un paio di mesi dopo il varo della legge (reperibile sul sito del Ministero: http://www.giustizia.it/ministro/uffstampa/manconi_redsociale_14set06.pdf), il quale dichiara : “Io personalmente non ho mai utilizzato, né utilizzo ora, l’argomento umanitario per motivare la scelta dell’indulto. Ovviamente si tratta di un tema fondamentale, importantissimo, direi cruciale. Un argomento che sta nella coscienza di tutti noi. Ma non è il primo argomento in ordine di importanza perché a proposito del sovraffollamento ci sono anche altre e più importanti motivazioni. Io penso cioè che il sovraffollamento sia prima di tutto l’ostacolo principale alla realizzazione di qualsiasi tipo di politica. Nessuna politica seria sulla giustizia è possibile in presenza di sovraffollamento delle carceri”. Nel resto dell’intervista il Sottosegretario non motiverà in alcuna altra maniera il provvedimento, rallegrandosi invece per i circa 21mila detenuti in uscita.
Ma come si può pensare che il problema delle carceri possa risolversi facendo uscire i detenuti? Sarebbe come argomentare che il problema della scarsità degli alloggi possa risolversi buttando fuori i legittimi proprietari e dando le case a chi l’alloggio non lo possiede, mentre non risulta che qualcuno discuta che la scarsità di alloggi si possa risolvere solo con la costruzione di nuovi alloggi. Perché è questo il vero punto di tutto il dibattito: il sovraffollamento delle carceri si può logicamente risolvere solamente costruendo nuove carceri nelle quali sia maggiore, più adeguato e confortevole lo spazio per il singolo carcerato. E non si capisce il pregiudizio ideologico delle posizioni dei partiti di sinistra in proposito, i quali argomentano confusamente sulla relazione inversa tra numero di carceri e civiltà di un paese. E’ più civile quel paese che tiene i propri carcerati come bestie? O quel paese che per restituire dignità ai carcerati li libera, mettendo a rischio la sicurezza della cittadinanza? I nostri politici dovrebbero smettere di cavalcare la questione carceraria per finalità propagandistiche e fare conseguentemente scelte miopi, cercando invece di affrontare con razionalità e logicità il problema, e se non ci sono i soldi o la volontà politica per attuare questo tipo di misure meglio dirlo con chiarezza alla collettività piuttosto che cercare acrobatiche e ridicole soluzioni sub-ottimali di breve periodo.

Quando i nodi vengono al pettine…

di Francesco Pipitone

Quello che è accaduto in Senato durante l’audizione del Ministro degli Esteri D’Alema è molto probabile che fosse un evento inevitabile che trascendesse la questione contingente della politica estera del governo Prodi. Nonostante le consuete dichiarazioni di facciata, già dall’11 aprile era chiaro a tutti gli attori e spettatori del teatrino politico che sarebbe stato difficile assistere per un lasso di tempo significativo ad un esecutivo incisivo e realmente riformatore, e questo a causa di una serie di gravi debolezze della coalizione uscita vittoriosa dalle urne. Innanzitutto la eterogeneità delle forze coalizzate, portatrici di interessi e valori diversi e per molti versi contrastanti, che si è tradotta in un programma voluminoso ma ambiguo, a cui ogni forza poteva far dire quello che voleva. A ciò si aggiunga la ridotta forza relativa di ognuno dei partiti coalizzati che, a parte DS, Margherita e Rifondazione, hanno ottenuto tutti meno del 5% dei consensi, e il meccanismo elettorale del Senato che non ha fatto altro che fotografare la forza dei due schieramenti contrapposti, in pieno spirito proporzionale.
Questa situazione ha prima indotto Prodi ad una aberrante moltiplicazione delle poltrone governative, in barba proprio ad un decreto legislativo varato dal centrosinistra nel 1999 che limitava il numero di dicasteri e vice-ministri, ed ha poi innescato una dinamica all’interno dell’Unione per cui da un lato i piccoli partiti si sono eretti ad arbitri della sorte del governo con una politica dallo stile ricattatorio e ben poco incline a scendere a compromessi, dall’altro singoli senatori hanno tentato con successo di “mettersi in proprio” (De Gregorio e Pallaro) ed accrescere il proprio potere contrattuale, anche a fini personali.
Nella pratica parlamentare questo si è tradotto in un forte rallentamento dell’impulso normativo da parte governativa se non nella forma della decretazione d’urgenza, al fine di prendere tempo e perfezionare i compromessi intra-coalizione per poi tradurli in sede di conversione in legge, e nel tentativo di privilegiare la Camera dei Deputati (più sicura dal punto di vista numerico) quale sede di perfezionamento di provvedimenti legislativi e delle mediazioni sottostanti, riservando al Senato il compito di ratificare i compromessi così formalizzati.
Questo delicatissimo equilibrio si è rotto quando l’assoluta mancanza di pragmatismo (che in questo caso è l’altra faccia dell’orientamento ideologico) dell’estrema sinistra ha oltrepassato i limiti della tollerabilità, e ciò è avvenuto in occasione della questione della base NATO di Vicenza e della relativa protesta di piazza. Le conseguenze non desiderate che si sono prodotte in Senato sono state l’astensione di due senatori dell’estrema sinistra e di due senatori a vita conservatori: senza quella cagnara almeno questi ultimi due forse avrebbero potuto essere recuperati. Da qui la crisi del governo Prodi, che ha le sue radici più forti in due fattori:
1) L’ambiguità delle forze di estrema sinistra, dilaniate tra la necessità di mostrarsi affidabili partner di governo e la loro vera natura di forze di opposizione. E’ importante precisare che non è in questione la legittimità delle loro proteste di piazza su specifiche questioni ma l’opportunità. E’ opportuno per il bene del Paese che forze di governo si comportino al contempo da maggioranza e da opposizione? Punto forse ancora più importante: è opportuno e coerente per questi partiti mostrare ai propri elettori un volto nelle piazze ed un altro nel palazzo? Come si può pretendere che i parlamentari più estremisti, quelli più ideologizzati che “credono di più” alla genuinità della lotta condotta al di fuori delle aule del potere, non avvertano l’incoerenza di un tale atteggiamento e possano uniformarsi sic et simpliciter a questa condotta?
2) L’incapacità dei partiti del centrosinistra di interpretare al meglio questa legge elettorale nella parte in cui essa dà loro il potere di consegnare agli elettori liste preconfezionate di candidati, e quindi di esercitare un controllo effettivo sui propri membri sia al momento della scelta delle candidature che nella quotidianità dell’attività legislativa. E’ innegabile infatti che al fine di aumentare al massimo la propria capacità di raccolta di voti molti partiti di centrosinistra abbiano fatto ricorso a personalità se non di discutibile affidabilità quantomeno dalle idee e con un carisma non facilmente conciliabili con esigenze di partito, e ciò è tanto più grave per la piena consapevolezza con cui queste scelte sono state fatte.
A prescindere dalla capacità o meno di Prodi di rialzarsi dopo la rovinosa caduta parlamentare, le conseguenze nelle dinamiche interne alla coalizione non saranno di poco conto, mentre già si intravede all’orizzonte una possibile svolta moderata nell’azione dell’esecutivo, fatto che non potrebbe lasciare le forze più “radicali” con le mani in mano. Anche perché se tale svolta non avvenisse, un’adesione incondizionata di Follini non sarebbe comprensibile. In conclusione, siano giorni, mesi od ore, l’orologio politico scandisce un inesorabile conto alla rovescia per il governo del Professore.

L’ illusione di due stati per due popoli.

di Francesco Pipitone

Sono ormai anni che i negoziatori israeliani e palestinesi cercano di
raggiungere una soluzione che ponga fine al conflitto che dal 1948, anno della
nascita dello stato di Israele, oppone questi due popoli. In particolare, agli
accordi di Oslo del 1993 si può far risalire l’affermazione definitiva
dell’idea per cui i due popoli in questione avrebbero potuto convivere in pace solo se fosse stato promosso l’autogoverno palestinese dei propri territori.
Questo, infatti, avrebbe dovuto essere il primo passo di un percorso che portasse gradualmente alla costituzione di uno stato palestinese autonomo ed indipendente. Il progetto, per quanto ambizioso ed idealmente desiderabile da
parte delle elites occidentali, non è in realtà applicabile poichè l’obiettivo è irraggiungibile per ragioni che dipendono dalla volontà di entrambe le parti
e da impossibilità oggettive.
Partendo dalle questioni di maggiore portata pratica, si noti che i territori
palestinesi non sono attualmente indipendenti dal punto di vista economico, in
quanto la popolazione dipende dagli aiuti economici internazionali o dagli
israeliani, dato che decine di migliaia di palestinesi sono occupati all’interno dello stato ebraico. Un neonato stato palestinese non sarebbe in grado di camminare immediatamente da solo e, non avendo molto da offrire se non un’ampia offerta di manodopera non specializzata, sarebbe probabilmente alla mercè di aziende estere, specialmente israeliane, finendo così per divenire un
satellite economico della stessa Israele.

Ma forse questo è il minore dei problemi. Basterebbe infatti guardare
una cartina geografica che mostri l’attuale situazione della Cisgiordania, il
territorio su cui dovrebbe sorgere lo stato palestinese, per rendersi conto di
quali siano le vere difficoltà . Si osservi la cartina sottostante: lo stato
palestinese dovrebbe comprendere i territori già sotto controllo palestinese
(in blu) più quelli da concedere all’Autorità palestinese ma attualmente
sotto le autorità israeliane (in verde). Senonché: a) parte di questi ultimi (in
gialletto) sono stati annessi da Israele; b) vi è una miriade di insediamenti
ebraici (i triangolini blu) che andrebbero smantellati; c) vi è il problema
attualmente insormontabile di Gerusalemme, capitale dalla incommensurabile
importanza religiosa sia per gli ebrei che per i musulmani, la quale dovrebbe
divenire capitale del nuovo stato palestinese o, alla peggio, essere divisa tra
i due popoli. Nella migliore delle ipotesi, non basterebbero neanche altri
cento anni a portare a soluzione tutti questi problemi, senza aggiungere il
problema di garantire un effettivo controllo e collegamento con l’appendice
del futuro stato palestinese, la Striscia di Gaza, nonché l’ulteriore ostacolo
costituito dal Muro israeliano, che riprende con ampie correzioni (a danno
delle aspirazioni palestinesi) i confini raggiunti da Israele nel 1967.
Si potrebbe obiettare che proprio la Striscia di Gaza rappresenti il
miglior esempio di risoluzione rapida di un grosso ostacolo tra israeliani e
palestinesi, anche contro la volontà di parte dell’opinione pubblica
israeliana (i coloni di Gaza).
Tralasciando il fatto che quella soluzione non sia stata un
frutto della ultradecennale attività diplomatica bi e multilaterale ma un atto
unilaterale israeliano non finalizzato a favorire l’autogoverno palestinese ma
ad accrescere la sicurezza dello stesso stato ebraico, da decenni bersaglio di
attacchi missilistici provenienti dalla Striscia, le due situazioni non sono
comparabili: mentre Gaza ha richiesto l’evacuazione di circa seimila coloni
israeliani, consegnare la Cisgiordania all’Autorità palestinese
significherebbe farne sloggiare circa 200.000, un’opposizione di per se abbastanza isolata
dall’opinione pubblica del paese ma che per motivi ben precisi le autorità
israeliane non sono in grado di trascurare. I motivi retrostanti più importanti
sono di natura ideologico-religiosa, in quanto alle luci delle fonti bibliche
l’appartenenza di territori come ad esempio la Galilea e la Giudea allo stato
israeliano è imprescindibile. Questi valori sono fatti propri in Israele dalla
estrema destra religiosa, politicamente molto forte e disposta a tutto per
difendere le proprie posizioni, anche ricorrere al terrorismo: non a caso,
quando il primo ministro israeliano Rabin era arrivato molto vicino ad attuare
il graduale ritiro dalla Cisgiordania, la destra religiosa ne dichiarò la
condanna a morte (Rabin morì nel 1995 per mano di un estremista ebraico, N.d.
R.)
Ed ecco che si giunge alla radice del problema, la mancanza di
volontà politica. Per i motivi sopra esposti Israele non ha alcuna volontà di
lasciare ne Gerusalemme ne la Cisgiordania, e l’ha ulteriormente dimostrato,
se mai ce ne fosse stato bisogno, con l’erezione del Muro. Tuttavia, anche la
leadership palestinese non è affatto esente da responsabilità in tal senso. In
proposito, il problema insormontabile è rappresentato dallo scontro interno tra
le fazioni politiche di Hamas e Al-Fatah, dalla incapacità della leadership
palestinese di gestire tale conflitto (difficoltà crescente a partire già
dagli ultimi anni di vita di Arafat) e dalla conseguente immagine di debolezza ed
inaffidabilità che essa proietta all’esterno, specialmente nella controparte
israeliana. Anche da questa parte della barricata, il motivo di fondo è di
natura ideologica, in quanto lo statuto dell’OLP prevedeva la distruzione
dello stato israeliano e la costituzione al suo posto di uno stato palestinese. Le
ali più estreme del movimento di liberazione palestinese come Hamas (che ha un
seguito estremamente ampio nell’opinione pubblica palestinese, come hanno
dimostrato le ultime elezioni) non hanno rinunciato affatto a questo obiettivo;
Al-Fatah vi ha invece rinunciato da tempo preferendo la soluzione
“cisgiordana”e giungendo, tra l’altro, a riconoscere il diritto di Israele ad esistere.
Quale risultato, dunque, da due controparti che lavorano per
perseguire due (se non addirittura tre) obiettivi divergenti? Stato palestinese
“attuale/minimo”, “cisgiordano”o “massimo/l’intera Israele”?
Precisando che la terza soluzione è irrealistica e nemmeno da prendere in considerazione, la
prima è anch’essa chiaramente non realizzabile ne desiderabile: che senso
avrebbe, infatti, far nascere uno stato a macchia di leopardo, impossibile da
governare e da far sviluppare indipendentemente dallo stato israeliano? Di
fatto, anche la seconda, seppur desiderabile, non sembra un’opzione
realizzabile per la precisa volontà di Israele in tal senso. Che fare, dunque?
L’opzione francamente più logica sembra una scelta federale, vale a
dire uno Stato solo, Israele, comprendente anche la Cisgiordania e Gaza, al cui
interno concedere larghissime autonomie alla minoranza palestinese.
Obiettivamente, sembra la soluzione in grado di garantire il miglior risultato
coi minori dei costi politici ed umani possibili: Israele manterrebbe comunque
l’autorità “ultima”sulla Cisgiordania, e forse sarebbe più facile far
accettare ai coloni lo sgombero da quei territori, mentre forse la parte
palestinese sarebbe quella più difficile da convincere. Risulta così chiaro
che il successo di qualunque sforzo sincero proteso a favorire la convivenza tra
questi due popoli debba essere subordinato a rinunce da entrambe le parti,
specie quelle maggiormente affette da pretese ideologiche, e all’accantonamento di slogan nebulosi quale l’inutile “due popoli, due Stati”. Se ne
accorgerà in tempo chi di dovere?

(fonte immagine: greconet.com)

Qui lo DI.CO.: forse siamo un Pacs in avanti..

di Valentina cervelli

Dopo inutili polemiche, ingerenze della Chiesa nella politica di uno stato che “dovrebbe essere” laico, ma che spesso lo è col ciufolo, finalmente una bozza, non proprio amorfa, di giustizia sociale. Ecco arrivare i Di.co., i “diritti dei conviventi”, un decreto di legge, frutto del governo del Prodino nazionale, che finalmente sancisce, per coppie etero ed omosessuali, la possibilità di veder rispettati un paio di diritti fondamentali senza per questo essere sposati in chiesa o in comune.
Certo, la strada è ancora lunga e la battaglia in parlamento, tra teodem, teocon e newstronz sarà aspra.
Ma sono fiduciosa. Non possiamo rischiare di fare la figura di un paese antidemocratico agli occhi del mondo. E in attesa che venga messo un cerotto sulla bocca del clero, che troppo spesso agisce in contrasto con i propri insegnamenti, e nella speranza che chi si dichara attento ai bisogni dei propri elettori agisca di conseguenza, accontentiamoci, anche se non è mai abbastanza, di questo barlume di luce nella sempre più palese antidemocraticità di alcuni rappresentanti del nostro bel (?) paese.

(fonte immagine: gaypays.free.fr)

Caso Alitalia: perché un’impresa pubblica fallisce la prova del libero mercato.

di Francesco Pipitone

Nel 1957 nasce l’Alitalia e con essa il monopolio pubblico (è infatti controllata dal’IRI, N.d.R.) delle linee interne. Da quel momento ha
inizio la graduale affermazione di questa azienda nel mercato interno, sancita nel 1960 dalla sua investitura quale Vettore Ufficiale delle Olimpiadi di Roma, ed internazionale, quando negli anni Settanta raggiunge il settimo posto a livello mondiale per traffico passeggeri. Malgrado ciò, proprio allora vengono poste le basi per il successivo declino della compagnia di bandiera.
In primo luogo, in concomitanza con il processo di scadimento qualitativo che la vita politica italiana inizia a vivere in quegli anni, l’Alitalia conosce in maniera sempre più accentuata la sorte delle altre aziende pubbliche, ossia diviene oggetto di spartizione, clientelismo e lottizzazione: si preferisce nominare ai vertici dell’azienda persone che rispecchino determinati orientamenti politici (personaggi “rampanti” della scena politica, ma anche semplici e mediocri questuanti) e che possano garantire ai partiti di riferimento un sicuro ritorno in termini di consenso elettorale. Di conseguenza, la competenza diventa un fattore molto meno rilevante nell’orientare le politiche aziendali e vengono varati ingenti e poco avveduti programmi di investimento al solo scopo di garantire visibilità ed effimero prestigio alla classe dirigente governativa.
Un aspetto collaterale di questo clima è l’enorme potere acquisito dalle organizzazioni sindacali in quel periodo, contraltare della esclusione del PCI dalle “stanze dei bottoni” governative. Gli anni Settanta vedono infatti esplodere il fenomeno dell’inflazione a due cifre e i sindacati strappano agli industriali una più accentuata indicizzazione dei salari alla crescita del livello dei prezzi. Con riferimento più specifico all’Alitalia, gli ingenti programmi di investimento aziendale vengono avallati dagli stessi sindacati in quanto si traducono in consistenti assunzioni. Le conseguenze di tutte queste scelte iniziarono a divenire ben visibili a livello contabile: forte deterioramento dei costi (non si dimentichi che dagli anni Settanta in poi si evidenzia a livello mondiale il problema della crescita esponenziale dei costi del petrolio, che determina il prezzo d’acquisto del jet fuel) e potente crescita delle spese, con conseguente assottigliamento dei margini di profitto fino alla perdita.
Oggi Alitalia paga le conseguenze di un ventennio di gestioni “allegre”: la necessità di racimolare capitali e di alleggerire l’onere a carico dello Stato ha portato alla quotazione in Borsa e all’emissione di azioni per un valore complessivo pari a circa il 33% del capitale sociale dell’azienda e alla cessione di quote di partecipazione a finanziatori esteri (circa il 16%); inoltre, lo Stato ha dovuto diminuire fino al 49.9% la propria presenza nel capitale sociale, ed è stata concessa l’entrata di concorrenti esteri (attualmente Air France detiene il 2% del capitale sociale di Alitalia).
Ma a livello strettamente contabile c’è molto di più. La relazione sull’andamento della gestione del primo semestre di quest’anno (liberamente consultabile dal sito Alitalia) evidenzia perdite per 210 milioni di euro (86 in più delle perdite registrate nel primo semestre dell’anno precedente), un decremento delle disponibilità liquide ed un aumento dell’indebitamento societario (lo stock di debito ammonta a 791 milioni di euro, a fronte di liquidità disponibili pari a 893 milioni).
La stessa relazione semestrale evidenzia con puntualità vizi e virtù dell’attività operativa di Alitalia. Circa le carenze, nel traffico passeggeri la compagnia sembra aver sofferto pesantemente la concorrenza dei vettori low-cost nell’ambito delle rotte nazionali e la cancellazione delle rotte da e per la Sardegna: ciò ha determinato in via principale la diminuzione dell’offerta di voli Alitalia sulle rotte nazionali, sia in termini di tratte volate che di capacità offerta (in termini di TKO, Tonnellate per Kilometro Offerte), con una conseguente diminuzione della quota di mercato al di sotto del 50%. Ma altrettanto penalizzante è stato l’aspro clima delle relazioni sindacali in ambito aziendale, che ha contribuito in misura rilevante a far diminuire l’indice di regolarità (tratte volate in rapporto alle tratte programmate), ad incrementare le cancellazioni di voli (+8,8% di cancellazioni rispetto al primo semestre 2005) e ad incentivare comportamenti free-riding (sicuramente inadeguati alla situazione che sta vivendo l’azienda) quali l’assenteismo (l’indisponibilità del personale navigante risulta in aumento del 62,6% rispetto ai primi sei mesi del 2005). Per altro verso, le notizie positive sembrano concentrarsi principalmente sulla riduzione dei costi operativi dell’azienda (-1,9% compresi i costi del carburante, -5,9% escludendo tali costi), legata ovviamente alla diminuzione della capacità offerta e, fattore significativo, agli interventi di efficientamento del personale grazie a strategie di incentivazione all’esodo, all’attivazione di procedure di mobilità ed al ricorso alla cassa integrazione (il personale di terra è diminuito del 7,7%, quello di volo del 2,9%). Importanti, tuttavia, anche i dati relativi all’incremento di offerta e traffico sulle tratte internazionali, in special modo su quelle da e per l’Europa dell’Est (+41,6% del traffico in termini di TKT, Tonnellate per Kilometro Trasportate), e sulle rotte intercontinentali da e verso l’Asia (+35,8% di capacità offerta verso la Cina, a compensazione della contrazione dell’offerta di voli verso il continente nord-atlantico), a dimostrazione di strategie aziendali ben consapevoli delle rotte sulle quali il traffico è in forte espansione.
Non è inopportuno, tuttavia, considerare due ulteriori fattori, tra loro interdipendenti, che hanno un importante impatto sulla attività della compagnia di bandiera: un fattore strutturale, ossia la disordinata rete aeroportuale di cui dispone l’Italia, e la scelta di strategia aziendale di Alitalia di dividere il proprio traffico su due scali (Fiumicino, Malpensa) anziché concentrarlo su uno solo come le altre compagnie nazionali d’Europa. Come ha efficacemente descritto un articolo de Il Sole-24 Ore del 28 marzo di quest’anno, nel 2005 su 37 scali aeroportuali italiani ben 17 hanno registrato una diminuzione di traffico passeggeri rispetto all’anno precedente, e quello fatto registrare da Fiumicino e Malpensa, seppure in crescita, risulta essere ben lontano dalle cifre fatte registrare dai più grandi aeroporti europei. Questi due fattori insieme hanno varie implicazioni: la necessità di duplicare i voli (da Fiumicino e da Milano) verso determinate destinazioni; il dover servire località scarsamente trafficate; l’intasamento delle aerovie (fenomeno tutto interno, specie nelle rotte di breve-medio raggio) con ripercussioni negative sulla puntualità dei voli in arrivo ed in partenza. Tutto ciò si quantifica in perdite di efficienza ed ulteriori costi di difficile recupero.
In conclusione di quanto sopra esposto, le seguenti condizioni sembrano necessarie affinché venga rilanciato il ruolo a livello nazionale ed internazionale di Alitalia e, al contempo, alleggerito l’onere che grava indirettamente sui contribuenti italiani:

1) Lo Stato dovrebbe diminuire considerevolmente il peso della propria partecipazione nella compagnia e favorire l’ingresso di (se non addirittura la fusione con) partner stranieri, nella consapevolezza che un’azienda che voglia affermarsi non possa che porsi in una prospettiva quantomeno continentale; i risultati consisterebbero non solo in una diminuzione dell’aggravio sul bilancio pubblico italiano e sui contribuenti, ma anche nella condivisione di strategie, conoscenze, tecnologie, mezzi e potrebbero fare di Alitalia una compagnia di dimensioni europee (basti pensare, ad esempio, che Air France-KLM possiede una flotta di 380 aerei, Lufthansa di 432, mentre Alitalia solo di 189!). In proposito, ben venga la recente notizia di una prossima discesa al 30% della quota pubblica di partecipazione al capitale sociale.

2) Occorrerebbe proseguire sul sentiero del risanamento finanziario in un clima normalizzato di relazioni sindacali: i sindacati dovrebbero smettere di tenere un comportamento che è marcatamente inadeguato alla situazione dell’azienda e, in quanto corresponsabili di un ventennio di gestione finanziaria dissennata, dovrebbero senz’altro acconsentire a misure che riducano i costi, ad ulteriori riduzioni di personale ed all’introduzione di misure sia di controllo che di incremento della produttività, anziché arroccarsi nella difesa di privilegi insostenibili (secondo una recente dichiarazione dell’amministratore delegato dell’Alitalia Cimoli, ad esempio, i piloti italiani guadagnerebbero tra il 30 ed il 40% in più rispetto alla media dei propri colleghi europei). Dal canto proprio, sulla scorta di quanto sta già facendo, l’azienda dovrebbe continuare a concentrare la propria attività sulle rotte nazionali chiave e su quelle internazionali ed intercontinentali in forte espansione. A tal fine, si dovrebbe giungere almeno ad una parziale “segmentazione” delle rotte, ad esempio concentrando Malpensa sul settore “business” e, quindi, su determinate rotte (Europa del centro-nord e determinate rotte asiatiche e atlantiche), e destinando Fiumicino al trasporto più strettamente “turistico” ed alle rotte maggiormente mediterranee (Europa del Sud, Africa del Nord ed ovviamente Asia e Americhe).

3) I dirigenti politici dovrebbero assecondare le strategie aziendali: dovrebbero smetterla di cedere alle pressioni di esponenti locali ed opporsi alla proliferazione di piccoli e costosi aeroporti (la gestione dei quali è affidata prevalentemente a società pubbliche), riorganizzando la rete, chiudendo quelli meno trafficati senza penalizzare quelli valorizzati dai voli low-cost, e magari integrando strategicamente collegamenti aerei e ferroviari in maniera tale da permettere ad Alitalia di tagliare collegamenti meno redditizi. Inoltre, dovrebbero per quanto possibile astenersi dall’intromettersi nelle relazioni sindacali aziendali, spalleggiando l’una o l’altra parte a seconda della convenienza del momento: il bene di Alitalia è inscindibile dalla maturità della classe politica italiana.

(fonte immagine:intercontal.com)

Londonderry:una citta, due anime.

di Stefano Amabile

“Animae nostrum in nomen iturae” (Anime destinate a portare il nostro nome) dicevano i latini. Oggi potremmo aggiungere banalmente “un nome un perché”, una storia celata tra le sillabe, un ricordo vicino o lontano, impresso nella memoria collettiva che rievoca un vissuto indelebile come un tatuaggio… o quasi. In passato una città prendeva il nome di chi la fondava, di chi la conquistava, di chi la dominava così come uno schiavo, di nascita o di guerra. Assumeva il nome attribuitogli dal proprio padrone o dal colonizzatore di turno come atto di affermazione del dominio dell’uomo sull’uomo. Attenzione, non si sta parlando del sostantivo col quale tutti noi siamo stati registrati all’anagrafe o del cognome tramandato da generazione in generazione, ma della storia celata dietro l’atto di attribuzione dello stesso, non sempre compiuto da chi ci ha messo al mondo. Il nome è, dunque, un simbolo che ci ricorda chi siamo e da dove veniamo ed è spesso portatore di dolore e frustrazione.
A Londonderry, città dell’Irlanda del nord, il tema è quanto mai attuale e mentre l’Ira depone le armi e si lavora alla nascita di un’identità nazionale indipendente da quella della Gran Bretagna ma sempre all’ombra di Sua Maestà, c’è chi si rivolge al tribunale al fine di cancellare il prefisso London, emblema di una dominazione lunga e sanguinosa. Il caso di Londonderry, in origine Doire, dal gaelico oak grove, bosco delle querce, poi anglicanizzato in Derry, non è attualmente unico a sé. In India, ad esempio, è in atto una campagna di “decolonizzazione”: tutto ciò che ricorda il dominio inglese nella terra di Ghandi viene sistematicamente cancellato, a partire dai nomi delle città. Ecco quindi che Bombay diventa Mumbai, Calcutta Kalkota e Bengalore Bengalooru.
Per quanto doloroso può essere un nome, è giusto cassare la storia di cui esso è portavoce e di cui il popolo è frutto? Ed inoltre il ricordo, come monito per il futuro, fino a che punto va preservato? E a quale prezzo?
In restauro, perché è di questo che stiamo parlando, una scuola di pensiero afferma che ogni traccia del passato va salvaguardata: bella o brutta che sia, piccola o grande, purché non nociva alla sopravvivenza della struttura dell’oggetto in esame. E un nome? Quanto può essere dannoso alla struttura della società in cui si vive? Alcuni al contrario, sentono la necessità di ripristinare l’immagine iniziale dell’oggetto, anche se artefatta, a scapito della sua storia e del suo vissuto. È possibile raggiungere un compromesso tra i due modus operandi senza incappare nell’errore di ripetere l’ennesimo congresso di Vienna Post-Napoleonico? Trovare una strada che rispetti e protegga le tappe evolutive e il percorso di crescita di ogni essere vivente e non, senza però ledere la dignità delle persone che hanno vissuto sulla propria pelle tali avvenimenti e che tutt’oggi vivono a stretto contatto con le conseguenze degli stessi?
Attualmente, in una società in costante e veloce evoluzione, dove il cambiamento fisico e mentale delle persone e delle cose è all’ordine del giorno e dove la memoria è fin troppo labile e ottenebrata dai problemi del quotidiano, non sarà certo il cambiamento di un nome a determinare l’emancipazione da un passato ingombrante e cruento, ma le azioni concrete, le riforme e gli investimenti sulle risorse disponibili e in primis sulle persone le quali, allo stato dei fatti, subiscono nell’indifferenza i cambiamenti dettati dall’alto; in particolare i giovani d’oggi, nonché adulti ignoranti di domani, sono tristemente all’oscuro delle proprie origini e della storia che li circonda. A che pro, dunque, intervenire al fine di risolvere un problema elitario non largamente condiviso se non avviene a priori una campagna di sensibilizzazione delle masse sui motivi in seno al cambiamento? Per le minoranze. Per quelle persone, anche una sola, costrette a rivivere ogni giorno, ogni minuto, ogni attimo il dolore lacerante e la rabbia generati dalla perdita di un proprio caro o della propria libertà, a causa di un semplice vocabolo.
Bisogna stabilire delle priorità. Dare un nuovo nome o recuperarne uno da un lontano passato può essere il passo finale, la ciliegina sulla torta di un processo di eventi costruttivi volto al miglioramento dello status quo, ma se anche una sola anima del mondo convive costantemente con questo doloroso “promemoria” il problema assume una certa rilevanza di cui non si può non tener conto. Ma, mi chiedo: i morti della bloody sunday compianti dalle loro madri non resteranno tali sia a Derry che a Londonderry? E i poveri di Calcutta si arricchiranno per il solo fatto di essere abitanti di Kalkota?

(fonte immagine:www.vam.ac.uk)

 


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