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Politica vs. cittadinanza

di Francesco Pipitone

Un paio di giorni fa ho avuto modo di effettuare una chiacchierata molto istruttiva con uno dei responsabili di Intermetro SpA. Questa società è quella che si è occupata materialmente della progettazione e della costruzione del prolungamento della Metro A da Ottaviano fino a Battistini. Inoltre, è la società che ha rifatto la fermata di Manzoni (senza che all’inaugurazione Veltroni li degnasse di alcuna menzione). Chi ha avuto la fortuna di scendere ed osservare quelle stazioni non avrà potuto non apprezzarne la fattura e la qualità. Ancora di più, non avrà potuto non fare caso al totale distacco tra queste e quelle stazioni più a sud tipo Vittorio Emanuele, S.Giovanni, Re di Roma, Ponte Lungo ecc. Ebbene, quelle sono state oggetto di ammodernamento qualche anno fa (in gergo denominati lavori AMLA 2), e chi ha la sfortuna di frequentarle in giorni di pioggia è meglio che si porti ombrello aperto, surf e scialuppa di salvataggio.
Ora, questo responsabile mi ha detto che l’appalto di progettazione della Metro C e della B1 è stato affidato a Roma Metropolitane e non a loro. Roma Metropolitane è quella che ha realizzato l’ammodernamento AMLA 2 delle stazioni sopra menzionate. Lui era molto scettico sull’esito di questi lavori, sottolineando il fatto che al sindaco Veltroni, neosegretario del PD, non frega un beneamato cazzo che i lavori vengano effettuati con criterio e ragionevolezza. Lui nel 2011 deve avere delle metropolitane da consegnare sul piatto delle elezioni a fine mandato, un bel maialino con la mela in bocca da dare in pasto all’elettorato.
Perché parlo di questo argomento? Innanzitutto voglio mettere in guardia dall’attività di un politico che d’ora in poi sarà molto più operativo a livello nazionale che locale. Ossia, voglio sottolineare il fatto che è molto probabile che l’attenzione di Veltroni nei confronti dei problemi romani scemi. Dunque mi piacerebbe molto che, ora che è stato incoronato segretario del PD, si dimettesse dalla carica di sindaco. La riterrei una mossa corretta. Ma il rovescio della medaglia è alquanto oscuro: il comune rischierebbe il commissariamento per i prossimi anni, e i risultati di questa operazione sono del tutto ignoti. Non infrequentemente infatti, nel passato queste situazioni sono state utilizzate per bloccare opere in corso o “mangiare” alle spalle dei contribuenti.
In secondo luogo vorrei far riflettere su una posizione che ho assunto nel corso degli ultimi due-tre anni, specie alla luce dell’operato qualitativamente scarso del governo Prodi. Sono giunto alla conclusione che è tutto tranne qualunquismo affermare che i politici sono uguali, a qualsiasi schieramento appartengano. La moralità non sta a sinistra più che a destra. Ragionano allo stesso modo, si preoccupano solo di mantenere/incrementare i rispettivi serbatoi elettorali e a tal fine non esitano a livello locale ad affidarsi a personaggi di infima caratura morale. E tutto ciò perché il modo di fare politica non è minimamente cambiato da 150 anni a questa parte: clientelismo nell’elargire favori e trattative con singoli esponenti politici sono cose che si vedevano già ai tempi di Depretis.
Questa sciatteria morale che neanche Tangentopoli, nonostante tutto, ha minimamente intaccato porta i politici a guardare sempre, solo e comunque al proprio tornaconto elettorale. Gli interessi dei politici e quelli della collettività non possono che confliggere in questa situazione. E così i cittadini di Roma rischiano di trovarsi in un futuro piuttosto prossimo una linea C che, pur con pochi anni di vita, potrebbe già cadere a pezzi e dover essere rifatta di sana pianta.

L’ipocrisia della politica sulla pelle dei carcerati

di Francesco Pipitone

Probabilmente per la solita incapacità della classe politica di essere chiara e sincera con il proprio elettorato, l’ultimo atto dello spettacolo dal titolo “Il problema delle carceri italiane” andato in scena dentro e fuori il Parlamento italiano qualche mese fa è stato veramente poco edificante. Parlo chiaramente dell’atto di indulto varato dal Parlamento il 31 luglio 2006.
Innanzitutto, non si è ancora ben compresa la ragione retrostante la decisione. Atto di pietà che rimanda ad un’implorazione in tal senso fatta dal fu Papa Giovanni Paolo II proprio in occasione di una visita formale al nostro Parlamento? O rimedio al problema del sovraffollamento delle carceri italiane? Senz’altro la ragionevolezza di entrambe le interpretazioni, accostabili grosso modo a parti politiche di area cattolica (la prima) o laica (la seconda), è fortemente contestabile.
Per quanto riguarda la prima motivazione, è ridicolo pensare che un atto di pietà e di misericordia verso chi abbia sbagliato non possa che tradursi in un documento così ridicolo nel contenuto come quello partorito dal Parlamento. Infatti, la legge 241 del 31 luglio 2006 prevede espressamente che l’indulto venga concesso “per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive”, con una serie di esclusioni per reati di natura terroristica, mafiosa, finanziaria ed a sfondo sessuale. Ora, se l’obiettivo del provvedimento fosse stato veramente quello di dare una seconda opportunità a chi avesse sbagliato andando contro le regole di convivenza della collettività, e dunque ponendosi al di fuori della stessa, esso avrebbe dovuto invece abbracciare una categoria molto più ampia di “peccatori”, di “pecorelle smarrite”, a partire proprio da chi avesse compiuto gravi atti contro la persona di natura eccezionale. Così non è stato, visto che si è invece voluto privilegiare coloro che tendono a delinquere reiteratamente, logica che appare chiaramente dall’ultima previsione della suddetta legge, secondo la quale “il beneficio dell’indulto e’ revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni”. Per tutte queste ragioni il provvedimento di indulto non è riconducibile alla necessità di rispondere ad un’esigenza tipicamente “cristiana”.
La seconda è da considerarsi invece la reale ratio retrostante il provvedimento, e gli argomenti a sostegno sono molteplici. Innanzitutto, nessun politico si è mai sognato di contestare il contenuto della intensa campagna portata avanti da tutti i mezzi di informazione durante i mesi di discussione del provvedimento, mesi durante i quali sembrava che non esistesse altro problema in Italia che l’adeguatezza delle patrie galere. In tale maniera si è legittimato che l’opinione pubblica percepisse che il provvedimento fosse motivato dalla necessità di “fare spazio” all’interno delle carceri. Esemplare in proposito di ambiguità è il contenuto di un’intervista del Sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, rilasciata un paio di mesi dopo il varo della legge (reperibile sul sito del Ministero: http://www.giustizia.it/ministro/uffstampa/manconi_redsociale_14set06.pdf), il quale dichiara : “Io personalmente non ho mai utilizzato, né utilizzo ora, l’argomento umanitario per motivare la scelta dell’indulto. Ovviamente si tratta di un tema fondamentale, importantissimo, direi cruciale. Un argomento che sta nella coscienza di tutti noi. Ma non è il primo argomento in ordine di importanza perché a proposito del sovraffollamento ci sono anche altre e più importanti motivazioni. Io penso cioè che il sovraffollamento sia prima di tutto l’ostacolo principale alla realizzazione di qualsiasi tipo di politica. Nessuna politica seria sulla giustizia è possibile in presenza di sovraffollamento delle carceri”. Nel resto dell’intervista il Sottosegretario non motiverà in alcuna altra maniera il provvedimento, rallegrandosi invece per i circa 21mila detenuti in uscita.
Ma come si può pensare che il problema delle carceri possa risolversi facendo uscire i detenuti? Sarebbe come argomentare che il problema della scarsità degli alloggi possa risolversi buttando fuori i legittimi proprietari e dando le case a chi l’alloggio non lo possiede, mentre non risulta che qualcuno discuta che la scarsità di alloggi si possa risolvere solo con la costruzione di nuovi alloggi. Perché è questo il vero punto di tutto il dibattito: il sovraffollamento delle carceri si può logicamente risolvere solamente costruendo nuove carceri nelle quali sia maggiore, più adeguato e confortevole lo spazio per il singolo carcerato. E non si capisce il pregiudizio ideologico delle posizioni dei partiti di sinistra in proposito, i quali argomentano confusamente sulla relazione inversa tra numero di carceri e civiltà di un paese. E’ più civile quel paese che tiene i propri carcerati come bestie? O quel paese che per restituire dignità ai carcerati li libera, mettendo a rischio la sicurezza della cittadinanza? I nostri politici dovrebbero smettere di cavalcare la questione carceraria per finalità propagandistiche e fare conseguentemente scelte miopi, cercando invece di affrontare con razionalità e logicità il problema, e se non ci sono i soldi o la volontà politica per attuare questo tipo di misure meglio dirlo con chiarezza alla collettività piuttosto che cercare acrobatiche e ridicole soluzioni sub-ottimali di breve periodo.

Quando i nodi vengono al pettine…

di Francesco Pipitone

Quello che è accaduto in Senato durante l’audizione del Ministro degli Esteri D’Alema è molto probabile che fosse un evento inevitabile che trascendesse la questione contingente della politica estera del governo Prodi. Nonostante le consuete dichiarazioni di facciata, già dall’11 aprile era chiaro a tutti gli attori e spettatori del teatrino politico che sarebbe stato difficile assistere per un lasso di tempo significativo ad un esecutivo incisivo e realmente riformatore, e questo a causa di una serie di gravi debolezze della coalizione uscita vittoriosa dalle urne. Innanzitutto la eterogeneità delle forze coalizzate, portatrici di interessi e valori diversi e per molti versi contrastanti, che si è tradotta in un programma voluminoso ma ambiguo, a cui ogni forza poteva far dire quello che voleva. A ciò si aggiunga la ridotta forza relativa di ognuno dei partiti coalizzati che, a parte DS, Margherita e Rifondazione, hanno ottenuto tutti meno del 5% dei consensi, e il meccanismo elettorale del Senato che non ha fatto altro che fotografare la forza dei due schieramenti contrapposti, in pieno spirito proporzionale.
Questa situazione ha prima indotto Prodi ad una aberrante moltiplicazione delle poltrone governative, in barba proprio ad un decreto legislativo varato dal centrosinistra nel 1999 che limitava il numero di dicasteri e vice-ministri, ed ha poi innescato una dinamica all’interno dell’Unione per cui da un lato i piccoli partiti si sono eretti ad arbitri della sorte del governo con una politica dallo stile ricattatorio e ben poco incline a scendere a compromessi, dall’altro singoli senatori hanno tentato con successo di “mettersi in proprio” (De Gregorio e Pallaro) ed accrescere il proprio potere contrattuale, anche a fini personali.
Nella pratica parlamentare questo si è tradotto in un forte rallentamento dell’impulso normativo da parte governativa se non nella forma della decretazione d’urgenza, al fine di prendere tempo e perfezionare i compromessi intra-coalizione per poi tradurli in sede di conversione in legge, e nel tentativo di privilegiare la Camera dei Deputati (più sicura dal punto di vista numerico) quale sede di perfezionamento di provvedimenti legislativi e delle mediazioni sottostanti, riservando al Senato il compito di ratificare i compromessi così formalizzati.
Questo delicatissimo equilibrio si è rotto quando l’assoluta mancanza di pragmatismo (che in questo caso è l’altra faccia dell’orientamento ideologico) dell’estrema sinistra ha oltrepassato i limiti della tollerabilità, e ciò è avvenuto in occasione della questione della base NATO di Vicenza e della relativa protesta di piazza. Le conseguenze non desiderate che si sono prodotte in Senato sono state l’astensione di due senatori dell’estrema sinistra e di due senatori a vita conservatori: senza quella cagnara almeno questi ultimi due forse avrebbero potuto essere recuperati. Da qui la crisi del governo Prodi, che ha le sue radici più forti in due fattori:
1) L’ambiguità delle forze di estrema sinistra, dilaniate tra la necessità di mostrarsi affidabili partner di governo e la loro vera natura di forze di opposizione. E’ importante precisare che non è in questione la legittimità delle loro proteste di piazza su specifiche questioni ma l’opportunità. E’ opportuno per il bene del Paese che forze di governo si comportino al contempo da maggioranza e da opposizione? Punto forse ancora più importante: è opportuno e coerente per questi partiti mostrare ai propri elettori un volto nelle piazze ed un altro nel palazzo? Come si può pretendere che i parlamentari più estremisti, quelli più ideologizzati che “credono di più” alla genuinità della lotta condotta al di fuori delle aule del potere, non avvertano l’incoerenza di un tale atteggiamento e possano uniformarsi sic et simpliciter a questa condotta?
2) L’incapacità dei partiti del centrosinistra di interpretare al meglio questa legge elettorale nella parte in cui essa dà loro il potere di consegnare agli elettori liste preconfezionate di candidati, e quindi di esercitare un controllo effettivo sui propri membri sia al momento della scelta delle candidature che nella quotidianità dell’attività legislativa. E’ innegabile infatti che al fine di aumentare al massimo la propria capacità di raccolta di voti molti partiti di centrosinistra abbiano fatto ricorso a personalità se non di discutibile affidabilità quantomeno dalle idee e con un carisma non facilmente conciliabili con esigenze di partito, e ciò è tanto più grave per la piena consapevolezza con cui queste scelte sono state fatte.
A prescindere dalla capacità o meno di Prodi di rialzarsi dopo la rovinosa caduta parlamentare, le conseguenze nelle dinamiche interne alla coalizione non saranno di poco conto, mentre già si intravede all’orizzonte una possibile svolta moderata nell’azione dell’esecutivo, fatto che non potrebbe lasciare le forze più “radicali” con le mani in mano. Anche perché se tale svolta non avvenisse, un’adesione incondizionata di Follini non sarebbe comprensibile. In conclusione, siano giorni, mesi od ore, l’orologio politico scandisce un inesorabile conto alla rovescia per il governo del Professore.

L’ illusione di due stati per due popoli.

di Francesco Pipitone

Sono ormai anni che i negoziatori israeliani e palestinesi cercano di
raggiungere una soluzione che ponga fine al conflitto che dal 1948, anno della
nascita dello stato di Israele, oppone questi due popoli. In particolare, agli
accordi di Oslo del 1993 si può far risalire l’affermazione definitiva
dell’idea per cui i due popoli in questione avrebbero potuto convivere in pace solo se fosse stato promosso l’autogoverno palestinese dei propri territori.
Questo, infatti, avrebbe dovuto essere il primo passo di un percorso che portasse gradualmente alla costituzione di uno stato palestinese autonomo ed indipendente. Il progetto, per quanto ambizioso ed idealmente desiderabile da
parte delle elites occidentali, non è in realtà applicabile poichè l’obiettivo è irraggiungibile per ragioni che dipendono dalla volontà di entrambe le parti
e da impossibilità oggettive.
Partendo dalle questioni di maggiore portata pratica, si noti che i territori
palestinesi non sono attualmente indipendenti dal punto di vista economico, in
quanto la popolazione dipende dagli aiuti economici internazionali o dagli
israeliani, dato che decine di migliaia di palestinesi sono occupati all’interno dello stato ebraico. Un neonato stato palestinese non sarebbe in grado di camminare immediatamente da solo e, non avendo molto da offrire se non un’ampia offerta di manodopera non specializzata, sarebbe probabilmente alla mercè di aziende estere, specialmente israeliane, finendo così per divenire un
satellite economico della stessa Israele.

Ma forse questo è il minore dei problemi. Basterebbe infatti guardare
una cartina geografica che mostri l’attuale situazione della Cisgiordania, il
territorio su cui dovrebbe sorgere lo stato palestinese, per rendersi conto di
quali siano le vere difficoltà . Si osservi la cartina sottostante: lo stato
palestinese dovrebbe comprendere i territori già sotto controllo palestinese
(in blu) più quelli da concedere all’Autorità palestinese ma attualmente
sotto le autorità israeliane (in verde). Senonché: a) parte di questi ultimi (in
gialletto) sono stati annessi da Israele; b) vi è una miriade di insediamenti
ebraici (i triangolini blu) che andrebbero smantellati; c) vi è il problema
attualmente insormontabile di Gerusalemme, capitale dalla incommensurabile
importanza religiosa sia per gli ebrei che per i musulmani, la quale dovrebbe
divenire capitale del nuovo stato palestinese o, alla peggio, essere divisa tra
i due popoli. Nella migliore delle ipotesi, non basterebbero neanche altri
cento anni a portare a soluzione tutti questi problemi, senza aggiungere il
problema di garantire un effettivo controllo e collegamento con l’appendice
del futuro stato palestinese, la Striscia di Gaza, nonché l’ulteriore ostacolo
costituito dal Muro israeliano, che riprende con ampie correzioni (a danno
delle aspirazioni palestinesi) i confini raggiunti da Israele nel 1967.
Si potrebbe obiettare che proprio la Striscia di Gaza rappresenti il
miglior esempio di risoluzione rapida di un grosso ostacolo tra israeliani e
palestinesi, anche contro la volontà di parte dell’opinione pubblica
israeliana (i coloni di Gaza).
Tralasciando il fatto che quella soluzione non sia stata un
frutto della ultradecennale attività diplomatica bi e multilaterale ma un atto
unilaterale israeliano non finalizzato a favorire l’autogoverno palestinese ma
ad accrescere la sicurezza dello stesso stato ebraico, da decenni bersaglio di
attacchi missilistici provenienti dalla Striscia, le due situazioni non sono
comparabili: mentre Gaza ha richiesto l’evacuazione di circa seimila coloni
israeliani, consegnare la Cisgiordania all’Autorità palestinese
significherebbe farne sloggiare circa 200.000, un’opposizione di per se abbastanza isolata
dall’opinione pubblica del paese ma che per motivi ben precisi le autorità
israeliane non sono in grado di trascurare. I motivi retrostanti più importanti
sono di natura ideologico-religiosa, in quanto alle luci delle fonti bibliche
l’appartenenza di territori come ad esempio la Galilea e la Giudea allo stato
israeliano è imprescindibile. Questi valori sono fatti propri in Israele dalla
estrema destra religiosa, politicamente molto forte e disposta a tutto per
difendere le proprie posizioni, anche ricorrere al terrorismo: non a caso,
quando il primo ministro israeliano Rabin era arrivato molto vicino ad attuare
il graduale ritiro dalla Cisgiordania, la destra religiosa ne dichiarò la
condanna a morte (Rabin morì nel 1995 per mano di un estremista ebraico, N.d.
R.)
Ed ecco che si giunge alla radice del problema, la mancanza di
volontà politica. Per i motivi sopra esposti Israele non ha alcuna volontà di
lasciare ne Gerusalemme ne la Cisgiordania, e l’ha ulteriormente dimostrato,
se mai ce ne fosse stato bisogno, con l’erezione del Muro. Tuttavia, anche la
leadership palestinese non è affatto esente da responsabilità in tal senso. In
proposito, il problema insormontabile è rappresentato dallo scontro interno tra
le fazioni politiche di Hamas e Al-Fatah, dalla incapacità della leadership
palestinese di gestire tale conflitto (difficoltà crescente a partire già
dagli ultimi anni di vita di Arafat) e dalla conseguente immagine di debolezza ed
inaffidabilità che essa proietta all’esterno, specialmente nella controparte
israeliana. Anche da questa parte della barricata, il motivo di fondo è di
natura ideologica, in quanto lo statuto dell’OLP prevedeva la distruzione
dello stato israeliano e la costituzione al suo posto di uno stato palestinese. Le
ali più estreme del movimento di liberazione palestinese come Hamas (che ha un
seguito estremamente ampio nell’opinione pubblica palestinese, come hanno
dimostrato le ultime elezioni) non hanno rinunciato affatto a questo obiettivo;
Al-Fatah vi ha invece rinunciato da tempo preferendo la soluzione
“cisgiordana”e giungendo, tra l’altro, a riconoscere il diritto di Israele ad esistere.
Quale risultato, dunque, da due controparti che lavorano per
perseguire due (se non addirittura tre) obiettivi divergenti? Stato palestinese
“attuale/minimo”, “cisgiordano”o “massimo/l’intera Israele”?
Precisando che la terza soluzione è irrealistica e nemmeno da prendere in considerazione, la
prima è anch’essa chiaramente non realizzabile ne desiderabile: che senso
avrebbe, infatti, far nascere uno stato a macchia di leopardo, impossibile da
governare e da far sviluppare indipendentemente dallo stato israeliano? Di
fatto, anche la seconda, seppur desiderabile, non sembra un’opzione
realizzabile per la precisa volontà di Israele in tal senso. Che fare, dunque?
L’opzione francamente più logica sembra una scelta federale, vale a
dire uno Stato solo, Israele, comprendente anche la Cisgiordania e Gaza, al cui
interno concedere larghissime autonomie alla minoranza palestinese.
Obiettivamente, sembra la soluzione in grado di garantire il miglior risultato
coi minori dei costi politici ed umani possibili: Israele manterrebbe comunque
l’autorità “ultima”sulla Cisgiordania, e forse sarebbe più facile far
accettare ai coloni lo sgombero da quei territori, mentre forse la parte
palestinese sarebbe quella più difficile da convincere. Risulta così chiaro
che il successo di qualunque sforzo sincero proteso a favorire la convivenza tra
questi due popoli debba essere subordinato a rinunce da entrambe le parti,
specie quelle maggiormente affette da pretese ideologiche, e all’accantonamento di slogan nebulosi quale l’inutile “due popoli, due Stati”. Se ne
accorgerà in tempo chi di dovere?

(fonte immagine: greconet.com)

Prodi, vai da Vespa.

di Marcellofodinome

Secondo i sondaggi, la popolarità del governo Prodi ha raggiunto degli abissi che definire “preoccupanti” per me è un eufemismo. Non mi soffermo sui dati specifici, ma credo che nessuno sarà sorpreso di quanto dico (che non è neppure una notizia). Se si votasse domani l’attuale opposizione sarebbe una maggioranza bulgara. In molti prima di me hanno ricercato le cause di questa dilagante impopolarità del governo. Eppure qualche mese fa la situazione era diversa. La fine di un trend positivo per il centrosinistra? Governare rende impopolari e ladri, lo so, ma non si può porre argine? Io, che di trend non capisco nulla, credo che gli uomini facciano il trend e non viceversa. Personalmente ho un giudizio di questo governo moderatamente positivo. Voglio capire se è solo un giudizio o un pregiudizio, se sono matto io, se sono matti tutti quelli che criticano o se è matto van Gogh. Fatemi dire qualcosa di politicamente scorretto: il politico vincente non è il politico che opera per il bene del paese, ma quello che convince e rassicura con le sue parole. Anche così si costruisce o rafforza il consenso. Questo governo comunica male. Ad esempio, durante i primi tira e molla della Finanziaria, ogni categoria di lavoratori si è sentita minacciata. Ognuno avrà le proprie ragioni per sentirsi minacciato, ma è davvero così? Qualcuno dovrebbe spiegare che il governo non ha intenzioni punitive verso nessuno e non vuole negare la libertà di chicchessia. Quel qualcuno, secondo me, è Romano Prodi. Ci avete fatto caso? Prodi rilascia pochissime interviste, non va mai in televisione, non reagisce agli insulti degli avversari politici. Forse Berlusconi ci aveva abituato male. Silvio faceva notizia (comunicava) anche per un paio di corna. Eppure io lo so che anche tu caro Romano (mi arrogo questa convinzione) hai il tuo ego e la tua piccola/grande dose di sana megalomania propri del leader. Tira fuori la tua personalità, parla alla gente, spiega cosa fa il governo e perché lo fa. Pensa come se tu fossi la mamma degli italiani, dai loro sicurezza, cullali e rassicurali. Travèstiti da Tonino Guerra e prova ad infondere ottimismo. E allora, quale mezzo migliore se non la televisione, il mezzo che più di ogni altro forma l’opinione degli italiani, per dare nuovo vigore al governo? Perché una sera non vai a Porta a Porta? Da solo. Tu e Bruno Vespa. Senza contraddittorio come si conviene ad un Presidente del Consiglio. I cittadini hanno bisogno di una comunicazione meno tecnica e più generalista. Non tutti possono intendersi di politica o di economia, però tutti ti capiranno quando parlerai di cose concrete. Vespa sarebbe l’ideale. Oppure, se posso permettermi, potresti abolire quell’odioso embargo della tua presenza in Mediaset e andare da Mentana. O fare entrambe le cose. A mio parere farebbe bene sia a te che agli italiani. Prendilo come un consiglio. I consigli si prendono per quello che sono, poi tu fai come ti pare.

(fonte immagine: museosatira.it)

La fragilità libanese: debolezze interne ed influenze esterne

di Francesco Pipitone

distruzione libanoAlle soglie dei sessantacinque anni dalla proclamazione della propria indipendenza, ottenuta il 26 novembre 1941, il Libano sta vivendo l’ennesimo travaglio interno. A partire dall’assassinio del primo ministro libanese Rafik al-Hariri nel febbraio 2005, passando per l’ultimo conflitto militare con Israele e giungendo alla recentissima uccisione del ministro Gemayel, la tensione all’interno e all’esterno del Libano ha ultimamente conosciuto una repentina impennata. E’ proprio questa commistione di problemi interni ed influenze esterne che fa del “paese dei cedri” la realtà politicamente più fragile all’interno dello scacchiere mediorientale.
Per quanto riguarda gli aspetti interni, la fragilità del Libano si rispecchia nella debolezza del proprio ordinamento repubblicano, caratterizzato da una suddivisione confessionale delle cariche politiche e volto a creare un delicatissimo equilibrio tra i gruppi religiosi esistenti. Tale equilibrio è sancito dalla Costituzione libanese del 1926 e dal “Patto nazionale”, ossia un accordo non scritto (e più volte modificato) del 1943 tra le varie componenti religiose libanesi. Secondo queste due fonti, è previsto che la presidenza della Repubblica vada ad un cristiano maronita, il quale condivide il potere esecutivo con un Consiglio dei Ministri presieduto da un musulmano sunnita. Il potere legislativo, invece, è in capo ad un’Assemblea i cui membri sono per metà musulmani (sunniti, sciiti, drusi, alawiti) e per metà cristiani (maroniti, greci ortodossi e cattolici, armeni ortodossi e cattolici, protestanti), e che è presieduta da uno sciita. E’, dunque, evidente la facilità con cui questi meccanismi istituzionali possano bloccarsi qualora sorga tra le varie componenti un dissenso non di mera opportunità politica ma addirittura con fondamenti etnico-religiosi.
Nondimeno, questa fragilità intrinseca alle istituzioni libanesi è oltremodo accentuata dal sovrapporsi degli effetti della situazione internazionale e regionale. In una prospettiva storica lo stato libanese ha già vissuto situazioni simili nel 1958( I° guerra civile libanese) ed a cavallo degli anni Settanta ed Ottanta (II° guerra civile libanese), ma oggi la storia si ripete in un intreccio inestricabile di motivi vecchi e nuovi, interni ed esterni. Da una parte, dopo l’ultimo conflitto con Israele ha ripreso vigore la contrapposizione tra i musulmani libanesi, che contestano la legittimità dell’attuale governo, e i gruppi cristiani. Dall’altra, il contesto regionale è davvero molto caldo: il conflitto iracheno e la conseguente radicalizzazione ideologica delle masse musulmane degli Stati mediorientali, strumentalizzati a fini di egemonia politica regionale in senso anti-occidentale e anti-israeliana.
E’ difficile ed inutile cercare di prevedere come si evolverà la situazione interna del Libano nel medio periodo a fronte dei fattori elencati. Si può constatare come i fattori interni ed esterni sopra analizzati rendano lo stato libanese ad elevata conflittualità politica, ed affermare con certezza che solo una duratura soluzione dei problemi politici che attanagliano il Medio Oriente, dalla Palestina all’Iraq, potrà mantenere tale conflittualità nell’ambito delle regole che contraddistinguono una democrazia.

(fonte immagine: ecplanet)

 


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