di Francesco Pipitone
Sono ormai anni che i negoziatori israeliani e palestinesi cercano di
raggiungere una soluzione che ponga fine al conflitto che dal 1948, anno della
nascita dello stato di Israele, oppone questi due popoli. In particolare, agli
accordi di Oslo del 1993 si può far risalire l’affermazione definitiva
dell’idea per cui i due popoli in questione avrebbero potuto convivere in pace solo se fosse stato promosso l’autogoverno palestinese dei propri territori.
Questo, infatti, avrebbe dovuto essere il primo passo di un percorso che portasse gradualmente alla costituzione di uno stato palestinese autonomo ed indipendente. Il progetto, per quanto ambizioso ed idealmente desiderabile da
parte delle elites occidentali, non è in realtà applicabile poichè l’obiettivo è irraggiungibile per ragioni che dipendono dalla volontà di entrambe le parti
e da impossibilità oggettive.
Partendo dalle questioni di maggiore portata pratica, si noti che i territori
palestinesi non sono attualmente indipendenti dal punto di vista economico, in
quanto la popolazione dipende dagli aiuti economici internazionali o dagli
israeliani, dato che decine di migliaia di palestinesi sono occupati all’interno dello stato ebraico. Un neonato stato palestinese non sarebbe in grado di camminare immediatamente da solo e, non avendo molto da offrire se non un’ampia offerta di manodopera non specializzata, sarebbe probabilmente alla mercè di aziende estere, specialmente israeliane, finendo così per divenire un
satellite economico della stessa Israele.

Ma forse questo è il minore dei problemi. Basterebbe infatti guardare
una cartina geografica che mostri l’attuale situazione della Cisgiordania, il
territorio su cui dovrebbe sorgere lo stato palestinese, per rendersi conto di
quali siano le vere difficoltà . Si osservi la cartina sottostante: lo stato
palestinese dovrebbe comprendere i territori già sotto controllo palestinese
(in blu) più quelli da concedere all’Autorità palestinese ma attualmente
sotto le autorità israeliane (in verde). Senonché: a) parte di questi ultimi (in
gialletto) sono stati annessi da Israele; b) vi è una miriade di insediamenti
ebraici (i triangolini blu) che andrebbero smantellati; c) vi è il problema
attualmente insormontabile di Gerusalemme, capitale dalla incommensurabile
importanza religiosa sia per gli ebrei che per i musulmani, la quale dovrebbe
divenire capitale del nuovo stato palestinese o, alla peggio, essere divisa tra
i due popoli. Nella migliore delle ipotesi, non basterebbero neanche altri
cento anni a portare a soluzione tutti questi problemi, senza aggiungere il
problema di garantire un effettivo controllo e collegamento con l’appendice
del futuro stato palestinese, la Striscia di Gaza, nonché l’ulteriore ostacolo
costituito dal Muro israeliano, che riprende con ampie correzioni (a danno
delle aspirazioni palestinesi) i confini raggiunti da Israele nel 1967.
Si potrebbe obiettare che proprio la Striscia di Gaza rappresenti il
miglior esempio di risoluzione rapida di un grosso ostacolo tra israeliani e
palestinesi, anche contro la volontà di parte dell’opinione pubblica
israeliana (i coloni di Gaza).
Tralasciando il fatto che quella soluzione non sia stata un
frutto della ultradecennale attività diplomatica bi e multilaterale ma un atto
unilaterale israeliano non finalizzato a favorire l’autogoverno palestinese ma
ad accrescere la sicurezza dello stesso stato ebraico, da decenni bersaglio di
attacchi missilistici provenienti dalla Striscia, le due situazioni non sono
comparabili: mentre Gaza ha richiesto l’evacuazione di circa seimila coloni
israeliani, consegnare la Cisgiordania all’Autorità palestinese
significherebbe farne sloggiare circa 200.000, un’opposizione di per se abbastanza isolata
dall’opinione pubblica del paese ma che per motivi ben precisi le autorità
israeliane non sono in grado di trascurare. I motivi retrostanti più importanti
sono di natura ideologico-religiosa, in quanto alle luci delle fonti bibliche
l’appartenenza di territori come ad esempio la Galilea e la Giudea allo stato
israeliano è imprescindibile. Questi valori sono fatti propri in Israele dalla
estrema destra religiosa, politicamente molto forte e disposta a tutto per
difendere le proprie posizioni, anche ricorrere al terrorismo: non a caso,
quando il primo ministro israeliano Rabin era arrivato molto vicino ad attuare
il graduale ritiro dalla Cisgiordania, la destra religiosa ne dichiarò la
condanna a morte (Rabin morì nel 1995 per mano di un estremista ebraico, N.d.
R.)
Ed ecco che si giunge alla radice del problema, la mancanza di
volontà politica. Per i motivi sopra esposti Israele non ha alcuna volontà di
lasciare ne Gerusalemme ne la Cisgiordania, e l’ha ulteriormente dimostrato,
se mai ce ne fosse stato bisogno, con l’erezione del Muro. Tuttavia, anche la
leadership palestinese non è affatto esente da responsabilità in tal senso. In
proposito, il problema insormontabile è rappresentato dallo scontro interno tra
le fazioni politiche di Hamas e Al-Fatah, dalla incapacità della leadership
palestinese di gestire tale conflitto (difficoltà crescente a partire già
dagli ultimi anni di vita di Arafat) e dalla conseguente immagine di debolezza ed
inaffidabilità che essa proietta all’esterno, specialmente nella controparte
israeliana. Anche da questa parte della barricata, il motivo di fondo è di
natura ideologica, in quanto lo statuto dell’OLP prevedeva la distruzione
dello stato israeliano e la costituzione al suo posto di uno stato palestinese. Le
ali più estreme del movimento di liberazione palestinese come Hamas (che ha un
seguito estremamente ampio nell’opinione pubblica palestinese, come hanno
dimostrato le ultime elezioni) non hanno rinunciato affatto a questo obiettivo;
Al-Fatah vi ha invece rinunciato da tempo preferendo la soluzione
“cisgiordana”e giungendo, tra l’altro, a riconoscere il diritto di Israele ad esistere.
Quale risultato, dunque, da due controparti che lavorano per
perseguire due (se non addirittura tre) obiettivi divergenti? Stato palestinese
“attuale/minimo”, “cisgiordano”o “massimo/l’intera Israele”?
Precisando che la terza soluzione è irrealistica e nemmeno da prendere in considerazione, la
prima è anch’essa chiaramente non realizzabile ne desiderabile: che senso
avrebbe, infatti, far nascere uno stato a macchia di leopardo, impossibile da
governare e da far sviluppare indipendentemente dallo stato israeliano? Di
fatto, anche la seconda, seppur desiderabile, non sembra un’opzione
realizzabile per la precisa volontà di Israele in tal senso. Che fare, dunque?
L’opzione francamente più logica sembra una scelta federale, vale a
dire uno Stato solo, Israele, comprendente anche la Cisgiordania e Gaza, al cui
interno concedere larghissime autonomie alla minoranza palestinese.
Obiettivamente, sembra la soluzione in grado di garantire il miglior risultato
coi minori dei costi politici ed umani possibili: Israele manterrebbe comunque
l’autorità “ultima”sulla Cisgiordania, e forse sarebbe più facile far
accettare ai coloni lo sgombero da quei territori, mentre forse la parte
palestinese sarebbe quella più difficile da convincere. Risulta così chiaro
che il successo di qualunque sforzo sincero proteso a favorire la convivenza tra
questi due popoli debba essere subordinato a rinunce da entrambe le parti,
specie quelle maggiormente affette da pretese ideologiche, e all’accantonamento di slogan nebulosi quale l’inutile “due popoli, due Stati”. Se ne
accorgerà in tempo chi di dovere?
(fonte immagine: greconet.com)