In difesa di Alberto Stasi
di Francesco Pipitone
Francamente non mi interessa un fico secco di come andrà a finire la storia di Garlasco, né se Alberto Stasi sia effettivamente innocente o meno. Non posso non essere schifato però dall’ennesimo linciaggio a danni di sospettati/indagati/inquisiti ancora in attesa di processo di cui si è resa protagonista la categoria corporativa dei giornalisti.
Il precedente illustre (sia per esposizione mediatica che per squallore giornalistico) è stato ovviamente Cogne e la Franzoni, Tommaso e la sua famiglia in quel piccolo paesino del Parmense di cui mi sfugge il nome, insieme a qualcun altro che attualmente non rimembro. Anche in questo caso la vita privata dei protagonisti è stata spolpata, sezionata e data in pasto al cane affamato, ovviamente in barba a qualsiasi decenza etica e alle regole del segreto istruttorio. Anche in questo caso il mostro è stato sbattuto in prima pagina, e la notizia (si badi bene, in attesa ancora che i controlli vengano ultimati) che accertamenti preliminari del RIS su macchie di sangue sulla bici dello Stasi siano stati attribuiti alla vittima ha portato ad un risultato che mi ha fatto venire il voltastomaco. Sì, perché qualcuno si è sentito in diritto non solo di attendere che Stasi uscisse dalla questura dopo il suo ultimo interrogatorio ma anche di urlargli di essere un assassino una volta condotto fuori!!!
Non so se essere più schifato dai giornalisti o dal pubblico guardone (tanto quanto i giornalisti, sia chiaro) che non attende altro che di godere e cibarsi delle disgrazie e degli affari altrui per continuare a campare. La stessa gente, ovviamente, che magari non batte ciglio alla notizia (ammesso che la legga) che il Parlamento aumenta le proprie spese di bilancio oltre l’indice annuo di inflazione. Ma il popolo è pecorone e, volente o nolente, è messo al muro dalla attività giornalistica. Dunque è questa, insieme ai suoi artefici, che è da condannare.
Perché ormai si può dire senza alcuna remora che è la maggioranza della categoria (ad ogni livello redazionale) ad aver perso qualsiasi regola guida di carattere etico nello svolgere il proprio lavoro. Il pubblico viene identificato nei suoi gusti e si sfornano prodotti che possano soddisfarlo, anche se ad essere satolli sono i suoi istinti più bassi e primitivi, mentre una massa di persone che aspetta invano che si faccia vero giornalismo d’inchiesta sulle cose che realmente non vanno in questo pessimo Paese deve sperare nella durata più lunga possibile di programmi come Report e rifugiarsi nelle domande del bravissimo quanto isolato Riccardo Iacona. A ciò si aggiunga che la selezione dei giornalisti avviene per cooptazione piuttosto che per i reali meriti e qualità degli stessi e che in questa maniera vi è una massa di persone che non ha alcuna speranza di accedere alla professione se non con contratti di sfruttamento e umilianti a livello retributivo.
Cari giornalisti mediocri, se Grillo lo ha riservato alla classe politica io dedico a voi con tutto il cuore il mio più sentito VAFFANCULO.
Dopo inutili polemiche, ingerenze della Chiesa nella politica di uno stato che “dovrebbe essere” laico, ma che spesso lo è col ciufolo, finalmente una bozza, non proprio amorfa, di giustizia sociale. Ecco arrivare i Di.co., i “diritti dei conviventi”, un decreto di legge, frutto del governo del Prodino nazionale, che finalmente sancisce, per coppie etero ed omosessuali, la possibilità di veder rispettati un paio di diritti fondamentali senza per questo essere sposati in chiesa o in comune.
Il 22 settembre 2006 Piergiorgio Welby, malato di Distrofia Muscolare Progressiva e co-presidente dell’associazione “Luca Coscioni- per la libertà di ricerca scientifica”, scrive al presidente Giorgio Napolitano, chiedendo per se stesso e per tutte le persone in vita artificialmente grazie all’ausilio di macchinari che regolano gran parte delle funzioni biologiche, ma perfettamente in grado di intendere e di volere, il diritto ad una “morte opportuna”.
Globalizzazione. Una parola, un termine, un fenomeno. Ne sentiamo parlare ovunque: quasi ogni giorno i telegiornali ne accennano, i quotidiani la fanno campeggiare tra i titoli di maggior importanza, gli economisti e gli storici la utilizzano sovente nelle loro trattazioni e nei loro convegni, orde di impetuosi giovani manifestano contro di essa.