In difesa di Roberto Donadoni
di Marcellofodinome
L’Italia è in lotta con Francia e Scozia per qualificarsi ai Campionati Europei di calcio che si terranno in Austria e Svizzera nel 2008. Senza entrare nei dettagli, alla Nazionale è sufficiente vincere la sfida del 17 novembre prossimo in casa degli scozzesi per essere sicura di partecipare tra un anno alla fase finale. Possibile, ma per nulla scontato. Se invece non vince è fuori, a meno di improbabili inciampi delle due rivali dirette. Il C.T. Roberto Donadoni è subissato di critiche. Molto fresco il ricordo dell’Italia di Lippi Campione del Mondo, è passato poco più di un anno: un tempo molto breve nella vita di un uomo, un tempo molto lungo e significativo per il mondo del calcio, che muore e rinasce ogni domenica.
Sembra davvero impensabile che la Nazionale più forte del mondo possa essere esclusa dalle migliori sedici d’Europa. Sembra quasi doveroso indignarsi per questo stato d’incertezza che da una parte ci lascia paventare l’anonimato del calcio e dall’altra ci tiene aggrappati all’orgoglio di appartenere alla sua aristocrazia per diritto divino. Ma no, vedrai che alla fine ci qualifichiamo, in un modo o nell’altro ci qualifichiamo. Siamo l’Italia, siamo i Campioni del Mondo, popopopopopopo… etc. Donadoni sbaglia, Donadoni è già colpevole di aver messo in dubbio queste nostre certezze, rivogliamo Lippi, nonostante tutto, nonostante tutto quello che gli abbiamo detto e perdonato. Già, Donadoni, è di lui che voglio parlare, ma non subito, non c’è fretta. Vorrei cominciare col dire che se l’Italia non va agli Europei non è un dramma. E’ già successo in passato e anche a squadre vincenti come questa (vedi ’84, ’92). Se una volta nella vita la Scozia o la Bulgaria o il Lussemburgo sono più forti di noi non c’è nulla di male. Anzi: è più bello, è persino più giusto. Spesso ci lamentiamo che nel campionato italiano c’è poca competizione e che vincono sempre le stesse squadre, ricordiamocene adesso che una delle grandi squadre che vincono sempre siamo noi. E poi il calcio offre continue rivincite, persa una partita si può vincere quella dopo, perso un campionato si può vincere quello dopo, e se non succede mai di vincere, pazienza, è stato bello illudersi di poterlo fare.
Arriviamo a Donadoni, finalmente. L’Italia di Donadoni non è l’Italia di Lippi (e grazie!). Donadoni non si è cullato sulla squadra che ha vinto, non ha proseguito il lavoro lasciato da Lippi, ha cercato una mediazione tra l’urgenza di darle un’impronta propria e la necessità di rispettare i tempi fisiologici dell’evoluzione di un gruppo, di un movimento calcistico. Si dice: Donadoni non ha esperienza come allenatore. Verissimo. Lippi è uno degli italiani più vincenti invece. Altrettanto vero. Il primo ha allenato il Livorno e poco più, il secondo ha fatto prima la cosiddetta gavetta tra C e medio-piccole di A e poi ha vinto tutto con la Juventus e la Nazionale (tralasciando la “parentesi” con l’Inter). Qui il paragone non tiene, mi rendo conto. Donadoni però è stato un grande calciatore, a mio parere una delle più grandi ali destre che abbiamo mai avuto. Da giocatore ha vinto tantissimo con il Milan di Sacchi e per tanti anni è stato una colonna silenziosa della Nazionale. Lippi, che ha sedici anni in più del collega, è stato un buon giocatore, un libero, insomma un giocatore normale. Il primo ha convissuto giorno per giorno con l’ultima grande rivoluzione copernicana nel modo di intendere il gioco del calcio. Ha incontrato Sacchi sulla sua strada, quando Arrigo ancora non era nessuno ed era guardato con diffidenza. Giorno dopo giorno, sudore dopo sudore, vittoria dopo vittoria, pian piano si convinceva sempre più della logicità delle strambe idee di Sacchi, sperimentandole sulla propria pelle. Questo, a mio giudizio, è il momento di svolta nella vita calcistica di Donadoni. Con Sacchi, i suoi metodi di allenamento, la sua tattica, la sua filosofia, il calcio cambia direzione. Cambia non perché Sacchi sia l’unico genio del calcio e l’unico allenatore innovativo della fine degli anni ‘80, cambia perché il Milan allenato da Sacchi trionfa su tutti i campi del mondo. Tutti gli allenatori, da quel momento in poi, dovranno confrontarsi, nella maggior parte dei casi abbracciandola, con la sua rivoluzione. Sacchi è il punto di partenza dell’idea di allenatore che è in Donadoni. Dico io: si può avere di meglio? Lippi invece matura come allenatore in tutt’altro contesto: cresce nella scuola del calcio all’italiana, si confronta con le novità e si aggiorna, ma non ha avuto grandi maestri, non ha grande “cultura” calcistica. Però ha vinto. Ha dimostrato di sapercela fare.
Sulla grandezza del Donadoni allenatore possiamo fare solo delle previsioni, perché ancora abbiamo pochi elementi (allena da pochi anni) per farcene un’idea precisa. Allora perché un anno fa la FIGC ha scelto lui? Che meriti ha, ci si potrebbe chiedere. Parlare di merito nel calcio non ha senso: qualcuno quando Lippi fu assunto per la prima volta alla Juve pensava che potesse ottenere i risultati che poi ha ottenuto? Stesso discorso potrei fare per Sacchi e Capello al Milan. E perché Lippi, dopo aver fatto vincere per tanti anni la Juve (che annaspava da una decina), ha fallito con l’Inter? E’ bravo o non è bravo? E se sì, perché una volta è bravo e un’altra no? Ammetto di non aver visto tutte le partite dell’Italia di Donadoni, ma anch’io mi sono fatto un’idea su questa Nazionale. Idealmente preferisco l’Italia di Donadoni all’Italia di Lippi. Donadoni è calmo, razionale, umile, non si sbilancia mai per non rovinare gli equilibri della propria squadra. E’ molto preparato tatticamente e culturalmente (vedi Sacchi). Manca di personalità o forse dimostra di non averne, soffre eccessivamente le critiche. Le ascolta, anche quelle campate in aria, le ascolta, ma non perché è convinto siano giuste, le ascolta per buona educazione, e poi, hai visto mai… io non ci credo, però… hai visto mai che sbaglio io e hanno ragione loro? Non ha la forza e la violenza per imporre le proprie idee, preferisce insinuarle lentamente e inesorabilmente. Donadoni è un esponente del riformismo calcistico, non è certamente un rivoluzionario. Forse è proprio il non essere un “figlio di puttana” che lo squalifica come allenatore, il suo non ribellarsi alle accuse ridicole, il suo tollerare le anomalie residue del passato. Le sue scelte sono sempre graduali, per parlare un po’ più concretamente credo che la sua Nazionale sia ancora molto lontana dal suo ideale. Semplicemente lui rispetta i tempi (di chi non lo capisce), preferisce cambiare le gerarchie non rovesciandole con un unico colpo deciso ma pian piano.
Lippi invece ha tutt’altro approccio: aggredisce la partita, impone la sua forza, va allo scontro frontale. Ha grande coraggio, non ha paura di sbagliare, non ha paura di stravolgere la trama logica di una squadra. Ha fretta, vuole vincere e subito, non importa come. Spesso ha vinto, sorprendendo gli avversari e costringendoli a terra. Le vittorie convincono sempre i giocatori che stanno facendo la cosa giusta. Vittoria porta vittoria e il palmares di Lippi ne è testimone. Quando però ha perso (a tutti prima o poi capita di perdere) si è trovato lui spiazzato e sorpreso, disarmato, in grande difficoltà nello scoprire, guardando le vittorie alle spalle, non una strada diritta e continua ma tanti piccoli viottoli sconnessi tra loro con la paura insopportabile di non sapervi trovare un motivo e una soluzione. In sostanza: meglio Lippi di Donadoni? Opinioni. Io mi sento più vicino a Donadoni, Lippi non mi è mai piaciuto, ma per altri e inconfessabili pregiudizi.
Fabio Cannavaro ha vinto il Pallone d’oro, questo lo sanno tutti, calciofili e calciofobi: i primi non potevano vivere senza saperlo; i secondi, pur facendo di tutto per cercare di convincersi che si può vivere benissimo senza il calcio, e il più delle volte si vive meglio, non sono riusciti loro malgrado a difendersi dalla dirompente invadenza comunicativa che ha tutto ciò che ruota intorno al pallone. Il Pallone d’oro, premio della rivista France Football al miglior giocatore dell’anno, è sempre stato un riconoscimento molto discusso. Chi lo vince non doveva vincerlo, io l’avrei dato a questo o quest’altro… chiacchiere, insomma. Il Pallone d’oro è il Nobel per un calciatore. L’hanno vinto, tra gli altri, miti come Platini, Di Stefano, Cruijff, Rivera, Beckenbauer, Van Basten, Baggio ed eroi moderni come Ronaldinho e Zidane. Ci sono state anche delle meteore, ma sono eccezioni. All’appello mancano due nomi, Maradona e Pelé, i quali non hanno potuto vincere il premio perché all’epoca questo era ristretto ai giocatori europei. Ma torniamo all’attualità e a Fabio Cannavaro. Per prima cosa devo fare outing e dichiarare il mio pregiudizio negativo nei suoi confronti. Questo risale a quando il buon Fabio ruppe, con interventi gratuiti ed intimidatori, tre giocatori (Muzzi, Behrami, Mudingayi) della squadra per cui faccio il tifo, in tre partite. Erano falli molto duri, non casuali, incoraggiati dall’ex allenatore della Juve Capello, che ha sempre prediletto delle squadre fisiche, costruendo sulla capacità dei propri giocatori di recuperare il pallone (in maniera pulita e non) molti dei suoi successi. Il problema è che al contempo questi interventi, sempre sul filo del regolamento, venivano tollerati, e in maniera indiretta favoriti, dai direttori di gara. Anche la proprietà della Juve si è resa conto che la squadra doveva cambiare mentalità, ma questo è un altro discorso. Chiusa parentesi. Cannavaro, trentatre anni, gioca da alcuni mesi nel Real Madrid di Capello (che lo voleva anche ai tempi della Roma); in passato ha vestito le maglie di Napoli (la squadra della sua città), Parma (il più forte e ricco della storia), Inter (con molti infortuni, peraltro molto chiacchierati) e Juve (vincendo due scudetti, poi revocati dalle sentenze di Calciopoli). Tutte grandi squadre con molti tifosi, ma le maggiori soddisfazioni della sua carriera Fabio le ha vissute quest’anno, con la maglia della Nazionale, maglia che indossa da dieci anni, e la fascia di capitano, ereditata da Maldini. Parliamo della vittoria della Coppa del Mondo. Un Mondiale non è razionale e lineare come un torneo nazionale. Le squadre non si incontrano tutte, non sempre vince chi è più forte sulla carta o chi gioca meglio. Basta perdere una partita e si è fuori, ma è proprio questo il suo fascino. Un Mondiale vive di situazioni tattiche improponibili a lungo termine, di emergenza, di forma fisica, della freddezza nel segnare un rigore. Un Mondiale non è assoluto, ma è assolutamente vero nel periodo, nell’attimo in cui si svolge. E Cannavaro l’ha giocato benissimo ed è stato, il che non guasta, anche correttissimo in campo. Ha fatto pochissimi falli, a memoria ne ricordo solo uno in finale su Henri. E’ stato il leader della migliore difesa del torneo, difesa che ha subito solo due gol (uno su autorete, uno su rigore). E’ stato scelto dai giurati del Pallone d’oro come simbolo di una squadra vincente senza primedonne, senza goleador e senza giocolieri, con eroi imprevisti come Materazzi o Grosso, la migliore in quell’attimo che rappresenta l’evento calcistico più rilevante degli ultimi quattro anni. Mai un difensore italiano aveva avuto tale riconoscimento, eppure la scuola italiana è stata tra le migliori, se non la migliore, del genere. Se la domanda è “Cannavaro è il miglior difensore italiano di sempre?”, io rispondo di no. A mio giudizio ce ne sono stati almeno dieci più bravi di lui, ma ritengo inutile fare confronti con altri giocatori ed altre situazioni, preferisco occuparmi del presente. Inoltre, nel mondo di oggi, Cannavaro è un ottimo comunicatore. Ha la faccia pulita, seppur con degli zigomi impressionanti, è simpatico, sorridente, piace alle donne ma è fedele alla moglie e alla famiglia ed è stato scelto per delle pubblicità, in televisione e su riviste e giornali. Insomma, Fabio, questo mi sembra veramente un momento magico della tua vita e io non ti ho ancora fatto i complimenti. 